Дървен материал от www.emsien3.com

The best bookmaker bet365

Best bookmaker bet365 Bonus

Menu

Uniti per vincere

Il potere antiumano, animato di liberismo ideologico, si è consolidato negli anni con la strategia degli opposti estremismi. Già negli anni ’60 tentammo il superamento della contrapposizione destra/sinistra, ma i tempi non erano maturi. Fu emblematica la battaglia di Valle Giulia del 1968, dove tutti i giovani di qualunque provenienza politica si unirono per rivendicare il proprio diritto/dovere di superare le antinomie dei padri e costruire una società diversa da quella ereditata da una guerra persa. Oggi c’è la necessità urgente di costruire il grande fronte antagonista che salvi il mondo -  ma limitiamoci all’Italia - da questa società disumanizzante. Non possiamo lasciare, ai nostri figli ed ai nostri nipoti, questo aberrante tipo di convivenza, soprattutto non possiamo permettere che vengano saccheggiate le nostre bellezze, le nostre ricchezze, le nostre intelligenze. Né possiamo attenderci aiuti dalla classe dirigente che ha permesso che in Italia accadesse tutto quello che ci sta cadendo addosso. Dobbiamo rimboccarci le maniche tutti insieme, qualunque sia stato il nostro passato politico, e riprenderci il diritto di decidere il nostro destino. Il fronte è cambiato, non ci sono più destra e sinistra, ma c’è il potere finanziario con i suoi servi, da una parte, e i popoli dall’altra. Continueranno ancora a mandarci contro i soliti utili idioti prezzolati per farci ricadere nei soliti giochi di contrapposizione che ci deviano dal reale obiettivo. Oggi i pericoli sono ancora più gravi perché oltre al rischio di ricadere negli opposti estremismi, ci stanno costruendo una nuova guerra tra poveri importando masse ingenti di extracomunitari e diseredati che contenderanno agli ormai numerosi disoccupati italiani i pochi posti di lavoro, con drammatiche aste al ribasso. Sta a noi evitare questi ostacoli ed andare diretti contro chi ci vuole strappare la nostra terra. E’ un discorso che parte da lontano, costruito scientificamente. La distruzione sistematica di tutti i centri preposti all’educazione ed alla formazione, (vedi le condizioni drammatiche di scuola e famiglia), l’eliminazione di ogni riferimento all’amor di patria ed al senso di comunità, il lassismo progressivo nei rapporti, i format educativi provenienti da oltre oceano propinati a piene mani dalle televisioni pubbliche e private, l’utilizzo sistematico e la “normalizzazione” del sesso, dell’alcool e della droga hanno fortemente indebolito il senso di appartenenza e di identità. Oggi non dispiace più andare a vivere fuori dai confini nazionali, anche perché hanno fatto in modo che le condizioni di vita in Italia diventassero impossibili. Quando  ex ministri della repubblica invitano i giovani ad andare all’estero per trovare lavoro, quando l’ex presidente della camera invita gli Italiani a prepararsi a diventare migranti mentre in contemporanea viene predisposta un’accoglienza pagata per gli extracomunitari, quando avvengono queste situazioni bisogna iniziare a capire cosa c’è sotto: ci vogliono scippare la più bella nazione del mondo. Allora al Fronte tutti a riconquistarci il nostro futuro! Non vuol dire fare la lotta a chi non capisce e viene strumentalizzato rimanendo ancorato a logiche ormai superate, non significa neanche fare la lotta contro i diseredati che, non casualmente, vengono portati in casa nostra. Significa cacciare tutti i politici traditori e tornare a vivere secondo la nostra tradizione.
Lo sa tutto questo il nuovo governo Conte? E soprattutto lo sanno la Lega e i 5 Stelle?  Spero di sì, altrimenti il loro successo potrebbe diventare effimero.
Adriano Tilgher

Caso Diciotti

La vicenda della nave Diciotti, che da giorni tiene sulle spine tutta Italia, sembra essere giunta al termine. I 177 migranti tratti in salvo dalla nave della Guardia Costiera nei pressi del SAR maltese (area marittima che delimita la competenza sui salvataggi) ormai quasi quindici giorni fa, sono sbarcati tutti. Molti saranno collocati in strutture del Cei, altri in Albania e altri ancora in Irlanda, le uniche nazioni che hanno risposto all’appello di solidarietà del governo. Arrivati a questo punto è possibile tirare le somme del braccio di ferro della seconda metà di agosto, il quale ci porta ad alcune considerazioni. La prima nota da sottolineare è che l’esecutivo sta continuando a sfruttare positivamente le occasioni che la contingenza storica gli offre; non appena è arrivata la notizia dell’intercettazione dei migranti da parte della Diciotti infatti, il governo ha subito intrapreso le comunicazioni con Malta, ricevendo picche in risposta. Dopodiché gli eventi sono noti, l’Unione Europa (o quello che ne rimane) si è chiusa a Riccio, facendo la parte del sordo di fronte alle richieste di collaborazione inoltrate dall’Italia, rendendo aria fritta quindi tutti i bei discorsi sul dovere dell’accoglienza, sull’umanitarismo e sulle altre balle degli ultimi anni. Dopo la chiusura di tutti (o quasi) gli stati membri, il Presidente Conte ha minacciato di non pagare i versamenti per due miliardi di euro netti l'anno al bilancio Ue, considerazione a mio avviso logica, poiché o l’Europa si fa carico dei problemi di ogni singolo stato membro, oppure resta un’alleanza economica franco-tedesca di natura imperialista. La risposta di Bruxelles è stata niente di meno che una minaccia di isolare l’Italia al livello europeo. I mercati impazziscono, i differenziali crescono (il famigerato spread), gli investitori se la fanno sotto, ecco gli effetti principali dei fatti politici di questi giorni, mettiamoci anche l’incontro tra Salvini e Orban, che apre nuove strade e possibilità al nostro Paese. Il succo del discorso, è che si è reso ormai palese il fatto che non solo l’Euro, non solo la tecnocrazia di Bruxelles, ma il liberismo tutto sia un sistema perverso, che si basa sulla fiducia o meno di alcuni grandi investitori, ed essa può comportare la rovina economica di un popolo piuttosto che di un altro. Inoltre, cosa ancora più grave, come abbiamo visto in questo caso, l’intreccio pretestuoso tra mercato globale e moneta unica europea dà vita ad una vera e propria catena, per la quale o si pensa e si opera come le élite esigono, o si viene minacciati di “isolamento”, che in altre parole significa attacco speculativo. Altra questione da enucleare è l’inchiesta aperta dal procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio; egli ritiene che sul caso Diciotti il Ministro Salvini sia colpevole di sequestro di persona. Non è fantascienza, è la realtà, un pm ha aperto un’inchiesta contro il Ministro dell’Interno, colpevole di difendere i confini nazionali (come per altro prevede la Carta Costituzionale), e di rispettare le promesse elettorali. Salvini dal canto suo ha colto anche questo “autogoal” dell’apparato d’offesa della sinistra globalista, e ha dichiarato che si lascerà processare, dimostrando in tribunale come un ministro dell’interno può e deve svolgere i suoi compiti. In conclusione, stiamo assistendo ad un vero e proprio attacco contro il Governo e contro l’Italia, da parte di poteri forti trasversali che fanno capo all’Unione Europea, al gruppo sociale e sradicato degli intellettuali progressisti, e a quello che nella lingua degli inglesi si chiama “deep state”, lo stato profondo. Tutta la nostra solidarietà ad un Governo finalmente legittimo e non anti-italiano, ad un Governo che risponde alle necessità della gente, e non a quelle dei potentati dell’alta finanza.

Andrea Brizzi

Individuare il nemico

La politica è cambiata; sono mutati i termini di confronto. Il nemico, perché di nemico dobbiamo parlare, trova collocazione dietro le disumane logiche del profitto, della finanza, del monetarismo e non conta le vittime che determina, ma solo i guadagni che produce. E’ un vero nemico dei popoli e dell’umanità. Questo sistema di potere che tutto compra e tutto corrompe è nascosto dietro governi prezzolati e determina la sorte di interi popoli. Basti pensare agli interventi militari, in nome della pace e della libertà, sulle rotte del petrolio e all’assoluto abbandono di zone dove avvengono indicibili stragi e genocidi. Questa logica disumana, che fa morire di fame milioni di persone perché non interessano al mercato, che determina fenomeni migratori senza precedenti, che consente che intere regioni vengano dilaniate da guerre tribali di eccezionale ferocia, che tende a distruggere le grandi conquiste dell’umanità sul piano sociale e sulla concezione del lavoro per aumentare i profitti a scapito dei popoli e della loro crescita, ha creato il suo potere su una montagna di carta senza valore: carta che ha un suo mercato indipendente rispetto alle reali risorse ed ai beni concreti. Facciamo chiaramente riferimento al denaro ed alle azioni. Il denaro ha valore perché noi lo accettiamo, però, nonostante questo, è proprietà di banche ed istituti privati che ce lo addebitano all’atto dell’emissione, creandoci quel debito pubblico enorme che ci impedisce di svolgere una vita normale. Le azioni parimenti vivono di una vita autonoma prescindendo se i beni sottostanti crescano o diminuiscano. Questa follia cartacea consente ai grandi gruppi finanziari ed al sistema usuraio, con la complicità dei politici, di dominare il mondo in quel modo folle e criminale di cui abbiamo scritto fino ad ora. Stabilito in modo inequivocabile chi è il nemico e quale sia la sua natura antiumana e la sua pericolosità criminale, discende facilmente la definizione di quale è il reale confronto in atto: da una parte questa genia di affamatori sanguinari, dall’altra i popoli. E’ il popolo che unito deve e può confrontarsi con questa criminale violenza dei detentori delle “carte”: basta che lo vogliamo. Infatti è sufficiente che ci rifiutiamo di riconoscere valore a quella montagna di carta che ci mettono sotto il naso e sul cui ricatto costruiscono il loro immondo sistema di potere, per distruggerli. Facile a dirsi! Quindi dobbiamo costruire la grande alternativa popolare al potere della finanza e delle banche e dei loro servitori prezzolati senza prestarci alle trappole che vogliono frapporci con gli ovvii giochi a loro congeniali. Ci sono segnali di risveglio nel mondo in tal senso e anche in Italia. Il successo dei cosiddetti movimenti sovranisti va in questa direzione ; ma sono consapevoli della portata reale del confronto in atto? Hanno la percezione di quale è la reale posta in gioco? Sanno che è in gioco la loro stessa vita ma soprattutto il futuro dei popoli? Se hanno chiaro tutto questo, se hanno capito chi è il nemico e, soprattutto sanno qual è l’obiettivo ed hanno il coraggio per andare fino in fondo, allora si può tentare con intelligenza di scalfire il meccanismo che già di per se sta implodendo. Perché il popolo tutto possa scendere in campo, deve essere convinto della buonafede, e, quindi, ci vogliono idee chiare e non è possibile indulgere in concessioni. E’ opportuno che si rompa con tutti coloro che credono ancora nel mostro liberista. Questo è indispensabile per superare le vecchie contrapposizioni del passato e creare un fronte unico di lotta.
 
Adriano Tilgher
 

Genova una Tragedia Italiana

Non volevamo crederci. Il crollo del Ponte Morandi, che noi genovesi, con una punta di provincialismo da colonizzati chiamavamo ponte di Brooklyn, è una tragedia sconvolgente, per il suo carico di vittime, dolore, distruzione e per le conseguenze terribili che si trascineranno per anni. Non è il tempo degli sciacalli, ma dei soccorsi, del cordoglio, dell’aiuto, della collaborazione. Tuttavia, non si può tacere, tenere a freno la collera per un’altra tragedia sinistramente italiana: un’opera di quell’importanza non può crollare dopo soli 50 anni. Per chi scrive c’è un che di personale, quasi di intimo nel dolore di queste ore. Bambini, partecipammo nel 1967 all’inaugurazione del ponte con tutte le scolaresche di Genova. Muniti di bandierina tricolore, appostati di fronte al palco, seguimmo la cerimonia, vedemmo con la meraviglia dell’età il presidente della repubblica Giuseppe Saragat attorniato da uomini in alta uniforme e dall’imponente figura del grande cardinale Siri, storico arcivescovo della città. Abbiamo percorso migliaia di volte quel ponte lunghissimo, settanta metri sopra la vallata del torrente Polcevera piena di case popolari e capannoni industriali della ex Superba, ogni giorno per decenni lo abbiamo visto e sfiorato andando al lavoro. Non c’è più ed è colpa di qualcuno. Parlano di fulmini, di un intenso nubifragio e di cedimento strutturale. Aspettiamo a tranciare giudizi, ma nel mattino della vigilia di ferragosto pioveva e basta. Nessuna alluvione, dagli anni 70 ne ricordiamo almeno sei, devastanti, nella città di Genova. Non sappiamo quanti fulmini si siano abbattuti in mezzo secolo sul manufatto dell’ingegner Morandi (pochi sapevano che a lui fosse intitolata l’opera), né quanta pioggia abbia bagnato da allora le imponenti strutture. Non accettiamo, non riconosceremo mai come valida la sbrigativa giustificazione di queste ore. Sarà qualunquismo da Bar Sport, ma ci risulta che ponti romani siano in piedi da due millenni, e non crediamo nell’incapacità dei progettisti. Però, negli ultimi decenni i crolli sono stati tantissimi, come le tragedie dovute all’incuria, all’insipienza, alla corruzione diffusa. Il ponte, con la strada sopraelevata che corre a mare nella zona centrale della città, è l’ultima grande opera di una ex grande città. Nel 1967, Genova era un polo industriale con centinaia di fabbriche, importanti compagnie navali (l’armatore Angelo Costa fu per decenni presidente di Confindustria) la sede europea di multinazionali come Shell, Mobil, Esso, i cantieri navali, il gruppo Ansaldo, il porto più importante del Mediterraneo. Dopo la strada “camionale” del 1935 verso l’appennino, per realizzare la quale con sbocco sul porto fu spianata la montagna di San Benigno che divideva Genova dal suo ponente, il ponte rappresentava l’infrastruttura base per collegare finalmente la Liguria e l’Italia con la Francia. Mezzo secolo dopo, non abbiamo quasi più industrie, Genova ha perso un quarto dei suoi abitanti, è unita al Norditalia, pardon divisa dall’area più produttiva del paese dalla stessa strada degli anni 30, mentre la ferrovia per la Francia ha ancora un lungo tratto a binario unico. Identica sorte per i collegamenti tra i porti di Savona e La Spezia e l’entroterra. Da oggi, dobbiamo sopportare anche la tragedia del crollo della più importante infrastruttura in esercizio, piangere decine di morti e accettare la spiegazione che trattasi di tragica fatalità, pioggia, fulmini e saette. Non ci crediamo perché abbiamo visto all’opera la classe dirigente che ha trasformato in una quarantina d’anni una metropoli in un cimitero. Clientelismo sfacciato, una politica da curatori fallimentari o da necrofori, la grande bruttezza che ha sfigurato il mare e la collina, interi quartieri indegni di una nazione civile, il Diamante, le Lavatrici, il Cep, lo stesso Biscione, parte di Begato, palazzi costruiti esattamente sull’alveo di torrenti pericolosi, con le ricorrenti tragedie di cui siamo stati testimoni. I genovesi, o quel che ne resta, hanno affidato per decenni città, provincia e regione a una classe politica di livello infimo, che ha trascinato in basso il ceto economico e finanziario. E’ crollata l’industria pubblica, la vecchia Cassa di Risparmio, ora Carige, tanto importante da detenere il 4 per cento di Bankitalia, è nella bufera da anni per affari vergognosi, deficit mostruosi e dirigenti condannati in sede penale. La vecchia Italsider, ora Ilva, in gran parte è stata smantellata e quel che resta è sotto minaccia di chiusura. Al suo posto abbiamo una strada a scorrimento (relativamente) veloce, un piccolo sollievo ora che non c’è più il ponte. Il cosiddetto Terzo Valico, ovvero la linea veloce per Milano, in ritardo di almeno 30 anni, va avanti piano, tra polemiche e denari che vanno e vengono. La multinazionale Ericsson ha suonato la ritirata, distruggendo le speranze di un’ “industria pensante” che a Nizza, 190 chilometri da qui, è realtà da decenni ( Sophie Antipolis). Madamina, il catalogo è questo. Su tutto ciò si abbatte un evento funesto e terribile come il crollo del nostro ponte di Brooklyn. L’autostrada che porta alle luci di Sanremo e all’inferno migrante di Ventimiglia era considerata la più cara d’Italia. Un dubbio privilegio. Ma dov’erano i politici liguri il cui compito era imporre la manutenzione, sorvegliare le infrastrutture di una terra che vive essenzialmente di due attività, il turismo e i trasporti? Abbiamo quattro porti mercantili, raggiungere i quali sino a oggi era difficile, adesso è un’impresa da premio Nobel; alcune delle nostre località sono mete turistiche internazionali, Portofino, le Cinqueterre, Alassio, la Riviera dei Fiori. Ma, dicono le autorità preposte, è bastato un fulmine durante un temporale estivo ad abbattere per duecento metri, esattamente al centro, un ponte costruito decenni dopo il vero ponte di Brooklyn e molti secoli dopo la Lanterna, che guarda dall’alto, illumina le vergogne e ne ha viste tante. Una tragedia italiana, metafora e paradigma di una decadenza iniziata giusto pochi anni dopo la trionfale inaugurazione del ponte. Una città, Genova, che ha anticipato storicamente eventi di portata nazionale. I primi a volere l’unificazione della Patria, i primi nell’industria e nel commercio, ma poi i pionieri della denatalità, del degrado dei centri storici (con Genova, Ventimiglia), della deindustrializzazione, i settentrionali assistiti quasi quanto certe aree del Sud, l’arretratezza delle infrastrutture, i giovani che scappano. Fummo anche tra i primi ad affidarci politicamente alla sinistra, quando ancora le cose andavano bene. Si trattava di una sinistra in gran parte comunista, astiosa, dogmatica, chiusa, testarda. Nessun paragone con le classi dirigenti delle tradizionali regioni rosse, più pragmatiche dei plumbei apparatchik liguri. Hanno regnato su un giardino e lo hanno trasformato in cimitero. Non diciamo e non pensiamo che buttino giù i ponti, ma sta di fatto che le pochissime opere realizzate nell’ultimo mezzo secolo sono le bonifiche delle aree industriali dismesse, al posto delle quali sono sorti poli commerciali legati ai soliti noti (Coop e affini) e varie colate di cemento per erigere imponenti centri direzionali in buona parte deserti, poiché c’è davvero poco da dirigere, da queste parti.  Le opere del passato sono obsolete, come l’invecchiata camionale e la ferrovia, l’autostrada che sbocca in porto è un budello pericoloso con code quotidiane di mezzi pesanti, accedere all’aeroporto è impresa acrobatica, nonostante la vicinanza alla città e la possibilità di costruire una bretella ferroviaria di un chilometro o poco più. Della metropolitana genovese il tacere è bello, poiché non solo è tra le più corte dell’universo, ma le sue stazioni sono soggette a frequenti allagamenti. Il ponte che univa le due parti della Liguria da oggi non c’è più. Viene il magone al pensiero di ciò che era, visto e vissuto con i nostri occhi, e ciò che è, ma ancor più fa tremare la certezza che da molte parti d’Italia altri possano descrivere situazioni analoghe o peggiori. Per questo fa tanto soffrire la tragedia del Ponte Morandi, orgoglioso simbolo caduto della nostra infanzia. Oltre il lutto di tante famiglie, è il segnale, un altro, di una nazione che, lei sì, è ormai preda del cedimento strutturale. Se anche fosse vero che un manufatto di migliaia di tonnellate è crollato per un fulmine e un po’ d’acqua, disgraziato davvero il paese dove accadono, giorno dopo giorno, da Nord a Sud, eventi di questo tipo. La tragedia è del 14 agosto. Mezza Italia è chiusa per ferie, l’altra metà implode, si accartoccia su se stessa: cedimento strutturale. Insieme, dichiarano fallimento; bancarotta fraudolenta.                 
 
ROBERTO PECCHIOLI
 

Globalizzazione: il deserto della cultura

Il deserto culturale è elemento propedeutico essenziale alla propaganda mondialista, non a caso generata da un mondo di ascendenze religiose veterotestamentarie, come dimostra il mito biblico del popolo eletto rivenduto nella formula laica degli “umani” contro “bestie”. I primi, ovviamente, detentori dell’unica formula positiva di umana convivenza: il liberismo. Rifiutare i modelli proposti dal pensiero unico liberista e mondialista significa essere relegati nel campo degli incivili da educare con ogni mezzo, anche di polizia; in attesa di sdoganare i campi di rieducazione di comunistica memoria o direttamente i manicomi per dissidenti. Gli uffici orwelliani di riscrittura della storia hanno come nemico assoluto sia il pensiero critico sia, soprattutto, la verità e non tollera riflessioni che non siano “di pancia” sullo schema binario bene-male assoluto. Tuttavia, per non mostrare – non subito almeno – il proprio volto totalitario, il pensiero unico globalista ha bisogno, come nelle migliori tradizioni dei regimi autoritari, di una opposizione del re. Tali sono quei gruppi che si dicono contemporaneamente di sinistra, favorevoli all’etnopluralismo, allo svuotamento delle sovranità statali, al rimescolamento universale e, senza avvertire la contraddizione, si definiscono anche no-global. In altre parole, rifiutano il fenomeno dal punto di vista nominalistico e lo accettano e lo difendono nelle sue varie sfaccettature fenomenologiche. Per avvertire la contraddizione, infatti, bisognerebbe aver sviluppato un pensiero critico che proviene da uno studio della storia quanto meno non superficiale; studio che la Scuola, in tutti i suoi livelli, non solo non fornisce più, ma fa di tutto per ostacolare, proponendo manuali semplificati, versioni uguali da secoli o riadattate in nome del politicamente corretto. Ad essere colpiti sono tutti quegli elementi che funzionano o meglio funzionerebbero da antidoti alla mondializzazione: dall’identità - vera e propria parola bandita dalla neolingua orwelliana – al primato della politica; dai riferimenti culturali precisi e quindi “forti” a un’economia reale e non finanziaria. In un’economia finanziaria il lavoro non è più centrale e tutte le tutele per i lavoratori vanno smantellate come orpelli di un passato che non può tornare. Lo stesso essere umano come persona non è più centrale, cosicché esponenti del pensiero radicale che hanno trovato recentemente naturale alleanza con i centri mondialisti di Soros, possono affermare senza vergogna e per di più sotto elezioni che gli immigrati sono necessari per raccogliere pomodori a pochi spiccioli. Occorre una forte mobilitazione prima culturale e poi politica di tutte le energie identitarie superstiti, in tutti gli ambiti in cui si annidano. Altrimenti, demolito il concetto stesso di Stato-nazione, soppressa la cultura popolare sostituita dalle demenzialità televisive, disperse le tradizioni solidaristiche comunitarie, l’assalto capitalistico-finanziario avrà vinta la partita decisiva.
Rodolfo Sideri