Дървен материал от www.emsien3.com

The best bookmaker bet365

Best bookmaker bet365 Bonus

Menu

Se anche i Carabinieri stuprano. Il vaso di Pandora.

La cronaca è prevalentemente la rappresentazione del male della società: disgrazie, omicidi, violenza, scatenamento delle forze impersonali della natura. Ci siamo abituati, le notizie si inseguono, si accavallano sino a confondersi. Qualche volta, tuttavia quel che ascoltiamo ed elaboriamo attraverso la descrizione dell’apparato informativo diventato spettacolo sembra incredibile. E’ il caso della vicenda dei carabinieri di Firenze denunciati da due ragazze americane per stupro. I fatti, nella loro crudezza, sono stati riferiti come segue: le ragazze avrebbero chiesto aiuto per tornare a casa dopo una serata di eccessi in discoteca, i due le avrebbero accompagnate con l’auto di servizio e poi violentate nella loro abitazione o nell’androne. Il tampone vaginale praticato alle due americane conferma i rapporti sessuali, mentre altri accertamenti hanno fatto emergere l’ubriachezza delle giovani e l’effetto di droghe. Uno dei militari, un appuntato scelto pratese di mezza età, sposato con figli, ha ammesso il rapporto, dichiarando che la ragazza era consenziente. Non è nota la versione del secondo militare. Il nostro titolo comincia con un “se”. Nel caso di specie, tuttavia, non si intende esprime un’intenzione dubitativa, come se non credessimo al racconto delle protagoniste. Piuttosto, introduce una riflessione, allarmata quanto malinconica, su un tempo in cui anche i carabinieri stuprano. Intendiamoci, speriamo con tutta l’anima che l’accaduto abbia contorni diversi da quanto raccontato delle ragazze statunitensi, e che non di violenza sessuale si sia trattato, ma di rapporti, come si usa dire adesso, estremi. I fatti, comunque, restano e speriamo che la verità venga accertata oltre ogni ragionevole dubbio. Ciò che è successo è di una gravità che ammutolisce: due militari in servizio utilizzano l’automobile dell’Arma come un taxi per le nuove amiche, quindi la abbandonano in strada per un periodo imprecisato e in quella mezz’ora– un po’ meno, un po’ di più – consumano un rapporto sessuale nell’appartamento delle due, o sulla porta. Non si accorgono che le occasionali conoscenti, le quali forse si erano rivolte loro per aiuto, sono ubriache e in preda a sostanze stupefacenti, eppure sono carabinieri addestrati a riconoscere certi sintomi, anzi ad accertarli e contestarli. Poi violano ogni consegna, lasciano l’auto e la dignità per abbandonarsi ad un atto sessuale di tipo animale, meccanico, forse brutale. Oltre le questioni legali e penali, oggettivamente è un episodio ripugnante, carico di violenza e miseria esistenziale, al di là del giudizio sulla condotta generale delle ragazze. Viene in mente l’orribile espressione di ascendenza americana “to make sex”, fare sesso. Una volta si diceva, al massimo, fare l’amore, anche quando l’amore c’entrava poco. Adesso no, ora si “fa sesso”, come il boscaiolo fa legna o il cercatore di porcini va a fare funghi. Non ci sembra un progresso, piuttosto un effetto tra i mille che abbiamo sotto gli occhi senza farci più caso dopo aver scoperchiato il vaso di Pandora. Nel racconto mitologico greco riportato da Esiodo, Pandora (“tutti i doni”) ebbe da Zeus un vaso, con la raccomandazione di non aprirlo. Pandora, animata dalla curiosità che le era stata donata dal Dio Ermes, lo aprì, liberando i mali del mondo contenuti nel vaso, vecchiaia, malattia, pazzia, cupidigia, vizio. Nel vaso richiuso restò unicamente la speranza, che, liberata a sua volta, consentì agli uomini di continuare a vivere. L’orgoglioso uomo occidentale contemporaneo ha riaperto e distrutto il vaso, condannandosi allo scatenamento di tutte le passioni, a soggiacere a ogni pulsione nella schiavitù degli istinti. Si resta attoniti dinanzi ad un mucchio di cose; è normale, o almeno non sorprende più che persone poco più che adolescenti consumino la vita nell’alcol e nella droga, che la discoteca con le sue luci eccessive e la sua musica a tutti decibel sia tanto importante ed amata, colpisce che la sessualità, al di là dei contorni dell’episodio specifico, sia banalizzata e insieme compulsiva. Un padre di famiglia violenta, o comunque ha un rapporto del tutto occasionale e privo di qualunque sentimento con ragazze giovanissime, dell’età forse delle sue figlie, e nel fare questo dimentica tutti i suoi doveri e ignora le conseguenze del suo comportamento. Certo, non può bastare una divisa onorata a fare di chi la porta un uomo onorato. L’abito non ha mai fatto il monaco, figuriamoci oggi. Il comandante dell’Arma, generale Del Sette, parla giustamente di disonore, ma dimentica di essere egli stesso, insieme con un altro altissimo ufficiale, indagato per violazione di segreto d’ufficio in ordine allo scandalo Consip. Avrebbe avvertito Matteo Renzi o altri esponenti del cosiddetto Giglio Magico dell’esistenza di indagini a loro carico. Massimo garantismo, naturalmente, troppi innocenti sono sulla graticola, il calvario del generale Mori e del poliziotto Contrada insegnano, ma come non esistono più le mezze stagioni, forse non ci sono più nemmeno i Carabinieri di una volta. Il punto, ci sembra di poter affermare, è che tutto è diventato mezzo per conseguire un unico scopo, l’interesse ed il piacere personale. L’uomo stesso è una merce, una cosa da usare e gettare via il cui valore d’uso dipende dal mercato. Per le giovanissime straniere il piacere era una vacanza dall’altro lato dell’Oceano, probabilmente con scarso interesse per l’arte e la cultura di Firenze, nella quale bere a volontà e farsi di pillole o fumo. Poco riguardo per le conseguenze, la giovinezza è così. Per i carabinieri, l’occasione era ghiotta. Un rapporto facile, di cui magarsi vantarsi in compagnia degli amici tra giri di birra e risate grasse e ribalde. Ma sono uomini fatti, adulti, anzi carabinieri, militari in divisa ed in servizio. O forse no, forse occorre ripensare la lezione di Erving Goffman nella “Vita quotidiana come rappresentazione”. Il sociologo considera la vita sociale come un ordito di relazioni elementari: routine quotidiane, incontri casuali, interazioni episodiche, frammenti di conversazione. In fondo, una rappresentazione drammaturgica in cui ciascuno è di volta in volta spettatore, attore, giudice, vittima e colpevole. La messa in scena ha come posta in gioco il successo nelle varie parti che ci si trova a recitare, l’immagine che si dà di se stessi. I due esponenti dell’Arma benemerita (!?) recitavano semplicemente il ruolo del carabiniere, dell’irreprensibile tutore dell’ordine, degli uomini seri che incutono fiducia e speranza: ad orari stabiliti, dalle 8 alle 14, oppure nel turno successivo e, quella sera orribile, nel servizio notturno. La divisa non era evidentemente che un costume di scena, buono per la rappresentazione del padre di famiglia, del titolare di reddito fisso, di chi gode di piccoli privilegi tipo non pagare il biglietto al cinema o sui mezzi pubblici. Quella sera si recitava a soggetto, il canovaccio non prevedeva le giovanissime prede, ma la rappresentazione ama improvvisare, mutare il copione, tanto il senso del dovere è un retaggio del passato remoto, esattamente come la decenza e il rispetto di se stessi e degli altri. Poi c’è il sentimento del limite, del decoro, e, per chi ricopre un ruolo o indossa una divisa, un minimo di riguardo per l’istituzione. Nulla, è vietato vietare da circa mezzo secolo, non possiamo pensare che il principio non valga per i due carabinieri felloni. Da qualche parte, si lamenta un certo lassismo nella selezione dei candidati all’Arma o alla Polizia. Può essere, ma la società in cui si pesca è quella che è. Marcuse, cattivissimo maestro, parlò giustamente di uomini a una dimensione, lamentando la riduzione di tutto alla categoria del consumo (di sé, della merce, della vita). Il rimedio che egli suggerì e che dilaga in Occidente è peggiore del male, ovvero la liberazione sessuale. Come rispondere ad un’alluvione aprendo i portelloni delle dighe. Intanto, ci si vieta- pura autocensura – il giudizio morale su un’attitudine di massa, non solo giovanile, per cui scopo della vita è la vacanza, ossia l’assenza, la mancanza, il disimpegno, da riempire con gli eccessi, nel bere, nell’assumere sostanze che rafforzano temporaneamente la forza dei desideri e delle pulsioni. Nella fattispecie, questo vale anche per le ragazze americane. Si può ancora dire, pur nel rispetto del loro essere vittime, che se non avessero frequentato fin dal loro arrivo in Italia ambienti equivoci, se fossero state sobrie e non impasticcate le cose sarebbero andate diversamente? Questo non cambia di una virgola, naturalmente, la ripugnanza per il comportamento dei cosiddetti carabinieri, lesti ad approfittare della debolezza altrui. Negli stessi giorni, episodi altrettanto gravi si sono consumati a Rimini, con la violenza di gruppo ai danni di una ragazza polacca e di una transessuale peruviana da parte di giovani africani che saranno italiani appena varato lo sciagurato ius soli, e l’assalto sessuale di un bengalese munito di un visto per “ragioni umanitarie” ad una giovane finlandese. Ogni parola è superflua, un eccesso e una mancanza di rispetto. Dobbiamo registrare ed accettare, a margine dell’episodio fiorentino, persino la vignetta del pessimo Vauro, in cui un giovane africano con aria divertita ed indulgente afferma “Non tutti i carabinieri sono stupratori “. Un ‘unica osservazione: in tutti gli episodi sono coinvolti stranieri, spesso vittime, più sovente carnefici. Forse l’accoglienza indiscriminata è una follia anche dal punto di vista dei reati sessuali, certo la nostra civilizzazione è troppo esausta per trovare antidoti, reagire, esprimere una rivolta ideale e morale. Il male esiste, comunque lo si voglia chiamare, persino peccato originale come insegna la tradizione cristiana. La libertà indiscriminata, la ripulsa ad esprimere valutazioni etiche e principi comuni figlia del relativismo e di un malinteso multiculturalismo conducono lì dove siamo arrivati e dobbiamo vedere il disonore macchiare anche un corpo prestigioso come quello dei carabinieri. Ma che cosa significa disonore, se è stato respinto, squalificato, deriso il suo opposto, cioè l’onore? L’onore è un sentimento verticale, tendenzialmente aristocratico anche se riguarda tutti e ciascuno. Esso è l’idea “alta” che ci facciamo di noi stessi e diventa comportamento quotidiano, obiettivo, vita concreta.  L’uomo e la donna onorata pretendono molto da se stessi, innanzitutto sanno rinunciare a quanto non è giusto o dovuto, conoscono il limite da non superare, comprendono che la libertà è scelta, opportunità, giudizio, non di rado rinuncia meditata, mai istinto o scatenamento. L’onore sa anche che la via giusta è quasi sempre la più stretta e difficile. Non c’è onore nell’alcool, nella droga, nella “vacanza” illimitata, ancora meno ce n’è nel rubare sesso nascosti dietro una divisa. Le responsabilità sono sempre personali, i conti devono essere pagati. I due carabinieri pagheranno caro per un’ora di follia, forse resteranno travolte anche le loro incolpevoli famiglie. Eppure, c’è un altro colpevole nascosto e potentissimo, ed è questo tempo canaglia che esalta un incredibile ossimoro, l’assoluto relativo. Assoluta deve essere la libertà, nessun limite, alcun divieto o regola morale condivisa e comune deve impedire le nostre azioni. E questo perché abbiamo abolito il discrimine tra bene e male, verità e menzogna, giusto e sbagliato. Ciascun “io” è giudice supremo: l’assoluto ed il relativo al potere insieme. Qualcosa di impossibile come il cerchio quadrato o l’acqua asciutta. Ora lo sanno le incaute ragazze americane, alle quali auguriamo di dimenticare Firenze e ricercare la felicità prescritta dalla costituzione del loro paese lontano dalle bottiglie, dal fumo e dalle pasticche. Lo sanno da quella notte anche i due carabinieri infedeli all’Arma e estranei ai valori che si erano impegnati a servire per mestiere, vittime di se stessi e del vaso di Pandora. Quel vaso aveva sul fondo elpis, la speranza, l’antidoto ai mali eterni dell’uomo, l’ultima dea dei Romani. Ma Dio è morto, i principi sono tramontati, la speranza si rivolge al futuro in un mondo che riconosce solo il presente. Prometeo ha sciolto le vecchie catene per assumerne di nuove, quelle degli istinti proclamati libertà. Il relativo assoluto e soggettivo, prendere ciò che si vuole, qui e adesso, consumarlo sul posto. Anche con la forza, anche con lo stupro, a costo di un impalpabile disonore. 
 
ROBERTO PECCHIOLI      
 

La Repubblica delle Procedure.

Molti anni fa un giovanissimo studente di lettere e filosofia che adesso scrive le presenti righe entrava a far parte dell’amministrazione finanziaria, all’unico scopo di garantirsi pasti regolari. Destinato a compiti di controllo, venne catechizzato da un brillante funzionario la cui sapienza giuridica e professionale si univa alla vivacità e alla classe naturale dei napoletani di alto bordo. Il concetto su cui insistette di più fu “le carte devono essere a posto”. Ripeteva senza stancarsi che si poteva anche rubare la nazione intera purché i documenti relativi fossero perfetti, inattaccabili, e gli atti ben motivati. Ciò che sembrava prerogativa della sola burocrazia, è oggi divenuto il segno distintivo di una forma di società, quella liberale e liberista, che qualcuno ha definito la repubblica delle procedure. Non si scappa: tutto è procedura, sistema, apparato tecnico, linee guida, normativa minuziosa, complessa, per padroneggiare la quale è sorto un nuovo potente clero secolare di “esperti”. La ragione è in fondo assai semplice: il modo di pensare liberale nega l’esistenza del bene comune, ha orrore di principi morali condivisi, vive del solo utile, anzi di ciò che promuove “razionalmente” e determina l’interesse individuale. Non può dunque che ripiegare su ciò che è considerato giusto e proclamato legale in base ad una norma scritta e transitoria, frutto dello spirito del tempo espresso da una (vera o presunta) maggioranza formata a quell’unico scopo. A quella norma viene attribuito un valore salvifico in base all’unica considerazione che è vigente in un certo momento storico. Sembra l’universalizzazione del pur venerando brocardo romanistico “tempus regit actum” e l’estensione all’intero mondo della vita delle “carte in regola”, dei timbri e delle normative. Leggi tutto: La Repubblica delle Procedure.

Sempre più giovani poveri.

Qualcuno ritiene ancora la statistica una scienza minore, pronta a certificare che abbiamo mangiato un pollo a testa anche se qualcuno è rimasto a digiuno mentre altri si sono strafogati. Soprattutto, sembra pensarla così- disgraziatamente- la miserabile classe dirigente di governo e di opposizione. Se così non fosse, infatti, chi ha responsabilità di decisione si mobiliterebbe dinanzi ai rapporti periodici degli istituti di ricerca e di statistica. Al contrario, al massimo un giorno di interesse mediatico e l’indomani silenzio, via verso i nuovi intrighi, le beghe di cortile, il consueto spettacolo da angiporto che chiamiamo politica. L’Istat ha pubblicato il suo rapporto annuale sulla povertà in Italia, le sue conclusioni sono gravi, ma ciò che conta è la polemica sul nuovo libroide autocelebrativo di Matteo Renzi. Eppure, l’istituto pubblico- dunque un ente dotato di prestigio, ufficialità e con accesso privilegiato ad ogni canale di informazione – mette nero su bianco qualcosa che gli italiani normali sanno per esperienza diretta: diventiamo ogni anno più poveri, ed il disagio si concentra sugli anziani e soprattutto su giovani e giovanissimi. I numeri dovrebbero determinare la reazione popolare, e, nelle classi dirigenti, riflessioni, autocritiche e progetti di lungo termine. Nulla. Le famiglie in condizione di povertà assoluta sono oltre 1.600.000, e costituiscono il 6,3 di quelle residenti. La percentuale sale al 7,9 della popolazione se consideriamo gli individui. Si tratta di 4.762.000 persone, più dell’intera popolazione del Piemonte e della Valle d’Aosta. L’aumento rispetto all’anno precedente è dello 0,3 per cento, un dato apparentemente non drammatico, ma si tratta di 180.000 persone in più schiacciate dal bisogno e dal disagio. Soprattutto, conta che il dato continui ad aumentare, segno evidente che non siamo affatto usciti dalla crisi, con buona pace del dottor Draghi, e che le politiche governative, a cominciare dal magico jobs act sino alla mancia di 80 euro di qualche anno fa, non hanno sortito effetto alcuno. Tuttavia, l’elemento più pesante è la certificazione dell’ISTAT relativa ai gruppi maggiormente colpiti. Leggi tutto: Sempre più giovani poveri.

Dalla parte del torto.

Ci siamo seduti dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati. La frase è attribuita a Bertolt Brecht, il drammaturgo tedesco campione della Germania Est, reso celebre in Italia dal Piccolo Teatro di Giorgio Strehler. Prendiamolo in parola, l’autore dell’Opera da tre soldi, rilevando che la sua osservazione sembra la storia di chi, in Italia ed in Occidente, non condivide idee, luoghi comuni, superstizioni dell’ampia galassia progressista sostenuta dalle oligarchie di potere. La cronaca è sempre più ricca di esempi sconcertanti: il tentativo di impedire la partecipazione di Marcello Veneziani ad un convegno da parte di un’associazione di psichiatri o psicologi), la denuncia dinanzi all’ordine professionale della stessa categoria di un medico accusato, udite, udite, di aver affermato che i bambini hanno bisogno di un padre e di una madre. E poiché sia più evidente la manifesta inutilità degli ordini, retaggio postumo, parodia neo borghese delle corporazioni, ci viene adesso la notizia dei sei mesi di sospensione dall’Ordine dei Giornalisti comminata a Padre Livio Fanzaga, il dominus di Radio Maria, la più ascoltata emittente cattolica. Il prete bergamasco ha pagato per un’accusa surreale: ha infatti affermato di temere per il destino eterno dell’anima della molto onorevole e democratica signora Cirinnà, la madre della legge che ha autorizzato in Italia le cosiddette unioni civili tra persone dello stesso sesso, ovvero le simil nozze omosessuali. La stampa italiana, con il consueto coro sguaiato, superficiale e conformista disinforma i lettori asserendo che Don Livio “ha augurato la morte “alla povera vittima. Falso: nella piena ortodossia della sua fede (quella della chiesa di rito romano, non argentino), il prete ha rammentato alla riccioluta onorevole – madre, tra l’altro, di figli non umani, come afferma orgogliosa sul suo sito personale- che dopo la morte (il più tardi possibile, si affettò a chiarire) affronterà il giudizio di Dio. Nulla di strano per chi crede, e neppure per gli altri, che potrebbero tutt’al più sorridere per le curiose convinzioni del fondatore di Radio Maria. Niente da fare, sei mesi di sospensione dall’Ordine, peraltro già scontati. Sarebbe facile quanto sciocco o sterile ricordare a Padre Livio che chi di censura ferisce, di censura perisce, giacché nel 2014 un noto intellettuale cattolico, Roberto De Mattei venne sbrigativamente escluso da Radio Maria per un articolo su un’agenzia di stampa, Motus in fine velocior, in cui esprimeva perplessità sull’operato di Jorge Mario Bergoglio. Leggi tutto: Dalla parte del torto.

Legge elettorale: il Triplice imbroglio dei falsi democratici.

Il dibattito sulla legge elettorale è fatto apposta per allontanare il grande pubblico; gli argomenti considerati “tecnici” non appassionano, sono noiosi, hanno bisogno di troppe spiegazioni e, pensano i più, non cambiano la sostanza delle cose. Errore gravissimo, su cui campano ed ingrassano gli imbroglioni, categoria sempre più numerosa e ampiamente maggioritaria in politica. Come abbiamo sostenuto in altri interventi, nessuna procedura tecnica è neutra, ma risponde sempre a criteri di interesse e tornaconto per qualcuno, massimamente quando si tratta delle modalità dell’evento centrale della sedicente democrazia, ovvero le elezioni. Inoltre, vale più che mai, in materia, il detto anglosassone “follow the money”, segui il denaro. L’attuale vicenda della legge elettorale ne è la perfetta dimostrazione. Tralasciamo gli antefatti, le pronunzie della Corte Costituzionale e mettiamo da parte anche l’evidenza che la legislatura corrente – e morente – è viziata ab initio dall’ incostituzionalità manifesta, sentenziata da oltre tre anni, delle regole elettorali che hanno consegnato un’impressionante maggioranza di seggi alla Camera (il 60 per cento) all’alleanza capitanata dal PD il cui consenso fu inferiore al 30 per cento. Delizie del Porcellum ideato da Roberto Calderoli per eternare due coalizioni obbligatorie, la destra e la sinistra del sistema neoliberale, saltato in aria per l’effetto Cinque Stelle. Limitiamoci ai fatti più recenti, per affermare senza tema di smentita che siamo dinanzi ad un triplice imbroglio.  Non è, ovviamente, un problema solo italiano. Nel tempo della globalizzazione e del mercatismo, le elezioni sono un fastidio, un intoppo, un passaggio che non può (ancora) essere eluso od eliminato. Leggi tutto: Legge elettorale: il Triplice imbroglio dei falsi democratici.