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Sempre più giovani poveri.

Qualcuno ritiene ancora la statistica una scienza minore, pronta a certificare che abbiamo mangiato un pollo a testa anche se qualcuno è rimasto a digiuno mentre altri si sono strafogati. Soprattutto, sembra pensarla così- disgraziatamente- la miserabile classe dirigente di governo e di opposizione. Se così non fosse, infatti, chi ha responsabilità di decisione si mobiliterebbe dinanzi ai rapporti periodici degli istituti di ricerca e di statistica. Al contrario, al massimo un giorno di interesse mediatico e l’indomani silenzio, via verso i nuovi intrighi, le beghe di cortile, il consueto spettacolo da angiporto che chiamiamo politica. L’Istat ha pubblicato il suo rapporto annuale sulla povertà in Italia, le sue conclusioni sono gravi, ma ciò che conta è la polemica sul nuovo libroide autocelebrativo di Matteo Renzi. Eppure, l’istituto pubblico- dunque un ente dotato di prestigio, ufficialità e con accesso privilegiato ad ogni canale di informazione – mette nero su bianco qualcosa che gli italiani normali sanno per esperienza diretta: diventiamo ogni anno più poveri, ed il disagio si concentra sugli anziani e soprattutto su giovani e giovanissimi. I numeri dovrebbero determinare la reazione popolare, e, nelle classi dirigenti, riflessioni, autocritiche e progetti di lungo termine. Nulla. Le famiglie in condizione di povertà assoluta sono oltre 1.600.000, e costituiscono il 6,3 di quelle residenti. La percentuale sale al 7,9 della popolazione se consideriamo gli individui. Si tratta di 4.762.000 persone, più dell’intera popolazione del Piemonte e della Valle d’Aosta. L’aumento rispetto all’anno precedente è dello 0,3 per cento, un dato apparentemente non drammatico, ma si tratta di 180.000 persone in più schiacciate dal bisogno e dal disagio. Soprattutto, conta che il dato continui ad aumentare, segno evidente che non siamo affatto usciti dalla crisi, con buona pace del dottor Draghi, e che le politiche governative, a cominciare dal magico jobs act sino alla mancia di 80 euro di qualche anno fa, non hanno sortito effetto alcuno. Tuttavia, l’elemento più pesante è la certificazione dell’ISTAT relativa ai gruppi maggiormente colpiti. Leggi tutto: Sempre più giovani poveri.

Dalla parte del torto.

Ci siamo seduti dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati. La frase è attribuita a Bertolt Brecht, il drammaturgo tedesco campione della Germania Est, reso celebre in Italia dal Piccolo Teatro di Giorgio Strehler. Prendiamolo in parola, l’autore dell’Opera da tre soldi, rilevando che la sua osservazione sembra la storia di chi, in Italia ed in Occidente, non condivide idee, luoghi comuni, superstizioni dell’ampia galassia progressista sostenuta dalle oligarchie di potere. La cronaca è sempre più ricca di esempi sconcertanti: il tentativo di impedire la partecipazione di Marcello Veneziani ad un convegno da parte di un’associazione di psichiatri o psicologi), la denuncia dinanzi all’ordine professionale della stessa categoria di un medico accusato, udite, udite, di aver affermato che i bambini hanno bisogno di un padre e di una madre. E poiché sia più evidente la manifesta inutilità degli ordini, retaggio postumo, parodia neo borghese delle corporazioni, ci viene adesso la notizia dei sei mesi di sospensione dall’Ordine dei Giornalisti comminata a Padre Livio Fanzaga, il dominus di Radio Maria, la più ascoltata emittente cattolica. Il prete bergamasco ha pagato per un’accusa surreale: ha infatti affermato di temere per il destino eterno dell’anima della molto onorevole e democratica signora Cirinnà, la madre della legge che ha autorizzato in Italia le cosiddette unioni civili tra persone dello stesso sesso, ovvero le simil nozze omosessuali. La stampa italiana, con il consueto coro sguaiato, superficiale e conformista disinforma i lettori asserendo che Don Livio “ha augurato la morte “alla povera vittima. Falso: nella piena ortodossia della sua fede (quella della chiesa di rito romano, non argentino), il prete ha rammentato alla riccioluta onorevole – madre, tra l’altro, di figli non umani, come afferma orgogliosa sul suo sito personale- che dopo la morte (il più tardi possibile, si affettò a chiarire) affronterà il giudizio di Dio. Nulla di strano per chi crede, e neppure per gli altri, che potrebbero tutt’al più sorridere per le curiose convinzioni del fondatore di Radio Maria. Niente da fare, sei mesi di sospensione dall’Ordine, peraltro già scontati. Sarebbe facile quanto sciocco o sterile ricordare a Padre Livio che chi di censura ferisce, di censura perisce, giacché nel 2014 un noto intellettuale cattolico, Roberto De Mattei venne sbrigativamente escluso da Radio Maria per un articolo su un’agenzia di stampa, Motus in fine velocior, in cui esprimeva perplessità sull’operato di Jorge Mario Bergoglio. Leggi tutto: Dalla parte del torto.

Legge elettorale: il Triplice imbroglio dei falsi democratici.

Il dibattito sulla legge elettorale è fatto apposta per allontanare il grande pubblico; gli argomenti considerati “tecnici” non appassionano, sono noiosi, hanno bisogno di troppe spiegazioni e, pensano i più, non cambiano la sostanza delle cose. Errore gravissimo, su cui campano ed ingrassano gli imbroglioni, categoria sempre più numerosa e ampiamente maggioritaria in politica. Come abbiamo sostenuto in altri interventi, nessuna procedura tecnica è neutra, ma risponde sempre a criteri di interesse e tornaconto per qualcuno, massimamente quando si tratta delle modalità dell’evento centrale della sedicente democrazia, ovvero le elezioni. Inoltre, vale più che mai, in materia, il detto anglosassone “follow the money”, segui il denaro. L’attuale vicenda della legge elettorale ne è la perfetta dimostrazione. Tralasciamo gli antefatti, le pronunzie della Corte Costituzionale e mettiamo da parte anche l’evidenza che la legislatura corrente – e morente – è viziata ab initio dall’ incostituzionalità manifesta, sentenziata da oltre tre anni, delle regole elettorali che hanno consegnato un’impressionante maggioranza di seggi alla Camera (il 60 per cento) all’alleanza capitanata dal PD il cui consenso fu inferiore al 30 per cento. Delizie del Porcellum ideato da Roberto Calderoli per eternare due coalizioni obbligatorie, la destra e la sinistra del sistema neoliberale, saltato in aria per l’effetto Cinque Stelle. Limitiamoci ai fatti più recenti, per affermare senza tema di smentita che siamo dinanzi ad un triplice imbroglio.  Non è, ovviamente, un problema solo italiano. Nel tempo della globalizzazione e del mercatismo, le elezioni sono un fastidio, un intoppo, un passaggio che non può (ancora) essere eluso od eliminato. Leggi tutto: Legge elettorale: il Triplice imbroglio dei falsi democratici.

Per animare il dissenso.

Nella poesia Una disperata vitalità, Pier Paolo Pasolini, un grande, ma dissoluto reazionario, gridava con l’amarezza di un’intera vita: “la morte non è nel non poter comunicare, ma nel non poter più essere compresi “. Questa riflessione ci è balzata in mente in un momento di sconforto legato alla difficoltà incredibile di ottenere ascolto nel mondo contemporaneo, diffondendo verità e convincimenti in dissenso dalla narrazione corrente, così pervasiva e potente da essere dittatura. TINA, è uno dei tanti acronimi di ascendenza anglo-tecnocratica: there is no alternative, non c’è alternativa. Nessun cervello libero potrebbe crederlo, giacché solo la morte corporale è certa e priva di scelta. Il resto è totalitarismo. Abbiamo quindi cercato di immaginare attraverso quale codice “far passare” idee, notizie, valori, progetti alternativi al totalitarismo morbido vigente, feticismo delle merci più valore di scambio in denaro che sussume ogni altra pretesa di verità. Follow the money, segui il denaro, ci è sembrata l’unica speranza. Resi indifferenti a tutto, impenetrabili a principi millenari ed a venerande concezioni della realtà liquidate come relitti del passato, i postmoderni sono più sensibili che in ogni altra epoca al potere del portafogli, anzi della carta di credito. Le neoplebi desideranti, come le definì Costanzo Preve, sono preda della folle logica del consumo. La loro condizione quotidiana è quella del “desiderio di desiderare, rinvio infinito e perpetuo di soddisfarsi che si perde avrebbe detto Hegel, in un cattivo infinito” (Paolo Becchi). La realtà, ahimè, è dura come il pane raffermo, ed è fatta essenzialmente di bisogni, di difficoltà, di lotte giornaliere contro la scarsità. Leggi tutto: Per animare il dissenso.

“Je t’aime, moi non plus.”

Un’immagine ed una frase di pochi giorni fa racchiudono tutto il senso d’impotenza dinanzi alla frana che travolge ogni giorno la nostra tramontata civiltà. L’immagine è quella di un giovane uomo elegante e di bell’aspetto su un palco ufficiale pieno di bandiere francesi che, in qualità di coniuge del poliziotto ucciso nella sparatoria degli Champs Elysées, pronuncia una sorta di elogio funebre, affermando di non odiare gli assassini. Monsieur Etienne Cardiles coniugato al flic Xavier Jugelé conclude il suo breve intervento con “Je t’aime”, ti amo. Quarant’anni fa, all’alba dell’evo nichilista, Jane Birkin e Serge Gainsboug (comunque un uomo e una donna) scandalizzavano l’Europa con la canzone Je t’aime, moi non plus. Ti amo, mugolava lei, ed io nemmeno, replicava il maturo musicista-amante. Nasceva allora quel mondo liquido che avrebbe caratterizzato i decenni successivi: gli amanti consumano, ma non credono per primi ai loro sentimenti.Certo, nessuno avrebbe immaginato che a rilanciare un grido d’amore sarebbe stato un omosessuale a cui un islamico dei milioni che abbiamo allevato in Europa (le meraviglie dell’immigrazione e dello ius soli…) ha sottratto ingiustamente il compagno. Ma l’Europa Civiltà si è inabissata in quelle parole pronunciate davanti alle telecamere tra ufficialità e sventolio del tricolore transalpino. Rispetto massimo, ovviamente, per il dolore di Cardiles e cordoglio per la giovane vita spezzata, ma, Dio ci perdoni, in un angolo delle viscere abbiamo capito- non condiviso, certo- la forza di ciò che arma la mano dei nemici dell’Europa. Cardiles non sa odiare chi ha ucciso l’uomo della sua vita (è tremendo lo sforzo di usare i termini rispettosi che la morte esige sempre), il circo mediatico rilancia nel mondo intero, e soprattutto ai nostri occhi di europei atterriti, la sua immagine, la sua idea di famiglia e di lutto. Una canzone politica di tanti anni fa, Paracadutista, gridava che “solo chi l’odio non porta nel cuore, può dire che mai è vissuto d’amore”. A parte i santi e le anime belle, gli uomini e le donne normali, sotto ogni cielo ed in qualunque epoca, hanno odiato chi ha levato la mano contro chi o ciò che amavano: persone, principi, interessi, la terra nativa. Noi non più, je t’aime (forse, e solo per oggi) ed io nemmeno. Chi non ama sul serio, con il cuore, l’anima e la pancia, non solo con la misera ragione umana, non riesce a detestare davvero. Parliamone, dialoghiamo, è la frusta litania europea ed occidentale, mentre l’altro, pur meravigliato, brandisce la spada. Nessun profeta disarmato ha vinto la storia, tranne uno, che il terzo giorno risuscitò, “secondo le scritture”, ma era il figlio di Dio, come ci hanno proposto a credere. Nessuna civiltà ha mai lontanamente pensato, qualunque fosse il suo rapporto con l’omosessualità, che due uomini o due donne fossero dei coniugi e la loro relazione sia una “famiglia”. Le virgolette sembrano necessarie, purtroppo, e passa per la mente il grandioso affresco di Dante nel quinto canto dell’Inferno. Tra i lussuriosi egli vide Paolo e Francesca, e ne ebbe pietà, ma osservò per prima Semiramide, la regina egizia di cui Virgilio, la ragione umana universale, dice “fu imperadrice di molte favelle. A vizio di lussuria fu sì rotta, che libito fé licito in sua legge, per torre il biasmo in che era condotta. “ Anche l’Occidente ha molte lingue diverse (favelle), è un impero, rende lecito e normale ciò che non può esserlo (libito), ma, a differenza di Semiramide, salta a piè pari il giudizio morale. Nel mondo terminale, non esistono il bene o il male, il giusto o l’ingiusto, ma solo ciò che è legale in un certo momento storico. Si chiama decadenza, e non è così strano che un altro brano della coppia Birkin- Gainsbourg si intitolasse proprio La décadanse, giocando sull’assonanza, in francese, tra decadenza e deca- danza. Una danza macabra, come quella annunciata ad inizio Novecento, da un altro decostruttore, lo svedese Strindberg, che, qualche decennio dopo l’opera musicale di Saint-Saens, rilanciava in teatro un forte tema iconografico medioevale, quello appunto della danza tra uomini e scheletri. In questo tempo dannato scarseggiano gli uomini, abbondano gli scheletri.  Dunque, non esistono bene o male, vero o falso, solo ciò che la legge scritta consente o vieta in una certa data (“tempus regit actum” non più principio giuridico, ma nuovo universale filosofico), in ossequio ad un pensiero che nega valore ai principi naturali iscritti nel cuore dell’uomo. Noi abbiamo varcato ogni Rubicone, e ben più di Giulio Cesare, abbiamo tratto il dado. La tragedia è che dopo la decadenza viene la fine, e gli scheletri si trasformano in polvere. Simbolo del tempo meticcio è stato il presidente americano Obama, che legalizzando trionfante il matrimonio omo al grido di “oggi vince l’amore” ha enfatizzato l’alleanza tra i nuovi occupanti delle cupole che Michel Maffesoli chiamò simbolicamente gli alti luoghi, finanza, grande industria, tecnoscienze, intrattenimento, accademie, e l’officina di Vulcano delle nuove moralità postmoderne ed infine post umane. A chi spara o piazza bombe rispondiamo con le infiorate: un funerale grottesco in stile festival di Sanremo. I nuovi eroi sono poliziotti militanti omosessuali con i vedovi inconsolabili, ragazze morte per caso e sfortuna come la veneziana Solesin deceduta al Bataclan, le due Vanesse, dubbie vispe terese dell’umanitarismo per le quali lo Stato italiano ha versato milioni ai rapitori-tagliagole, giovanotti non si sa se più ingenui o più strumentalizzati come Giulio Regeni ed il giornalista Del Grande, il quale, in fin dei conti, in Turchia era in casa d’altri e non nel nostro ridicolo recinto. Leggi tutto: “Je t’aime, moi non plus.”