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Franco Traversa non c’è più.

Franco Traversa non c’è più! Non so se è andato oltre, come si è soliti dire, ma so che non lo vedremo più al nostro fianco, sempre presente nonostante le tante difficoltà che questo mondo infame e decadente ci pone sulla via. Un uomo con la schiena dritta, sempre disponibile, pronto ad accettare le sfide più difficili, senza un tentennamento, senza un’esitazione. L’ho conosciuto tanti anni fa’ nelle fila della Fiamma Tricolore, quando pareva che quel partito potesse diventare l’alternativa al liberismo ed al turbocapitalismo trionfante… poi la delusione: il solito partitino al servizio del potere corrotto e corruttore. Insieme nel Fronte Nazionale sin dalla fondazione nel 1997: i successi, la crescita esponenziale, la crisi economica del Fronte, i tentativi per venirne fuori. Sempre presente, sempre pronto anche quando ci siamo costretti a fare dei passi in dietro, come con Alternativa Sociale: ma era una necessità per superare la crisi. Solo nella mia scelta verso La Destra non è rimasto al mio fianco, non ha creduto nella possibilità di trasformare quella casa che io credevo ancora non completamente contaminata.  Quando quel partito, sotto la mia spinta, ma non solo la mia, ha iniziato ad assumere una veste sempre più sociale ha iniziato ad avvicinarsi con riluttanza. Ma nel momento in cui si è consumata la rottura per la scelta verso il popolarismo europeo di quel partito, me lo sono ritrovato a fianco nel tentativo di rivitalizzare il Fronte. Ci ha lasciati a mezza strada proprio nel momento in cui la lotta si farà più dura e serrata per ricostruire questa nazione ormai in via di dissoluzione; ma so che sarà sempre al nostro fianco insieme ai tantissimi eroi silenti che ci accompagnano nel nostro cammino verso un mondo più giusto, più equo, più libero.
 
Adriano Tilgher

I Nuovi Padroni

GAFA, OTT, NATU, FINTECH. Il mondo nuovo abbonda di sigle. Acronimi vecchi e nuovi dietro i quali, nel linguaggio di John R.R. Tolkien, prosperano gli oscuri signori di Mordor. Invero, del tutto oscuri non lo sono, ma nella società delle mille luci, dello spettacolo che, come gli affari, deve continuare e non fermarsi mai, riescono ancora a restare sullo sfondo del grande pubblico. Innanzitutto, sveliamo gli acronimi, i quali non sono sigle neutre e sbrigative per addetti ai lavori, ma fanno parte integrante dell’apparato scenografico e psicologico del potere. Esso nasconde la verità e la sua stessa identità, cela, avviluppa, si circonda di aloni esoterici e iniziatici anche, e forse soprattutto nella società dello spettacolo, della finta trasparenza e delle notizie sparate h. 24. GAFA è l’acronimo che unisce le iniziali dei quattro super giganti della tecnologia informatica, Google, Apple, Facebook, Amazon. Ad essi possono essere aggiunti Microsoft e IBM. OTT non è che l’iniziale di Over the Top, oltre la cima, ma anche esagerato, sopra il massimo, l’appellativo comune attribuito alle colossali corporations finanziarie e tecnologiche che, in stretta alleanza, dominano il mondo. NATU sono i fratelli minori, ma quasi altrettanto potenti dei GAFA. Si tratta di Netflix, che opera nel fondamentale settore dei media audiovisivi di intrattenimento, Airbnb, la piattaforma di intermediazione turistica, alberghiera ed immobiliare; Tesla, dal nome dal genio scientifico serbo Nikola Tesla è uno dei giganti della robotica, all’avanguardia nel settore dell’intelligenza artificiale (A.I.), capofila del famoso progetto delle automobili senza guidatore. Uber è un’altra piattaforma digitale, quella del mondo dei trasporti, nota in Europa per la concorrenza sleale ai tassisti ed agli operatori del charter. Questi sono i nuovi signori di Mordor, uniti alla cupola della finanza internazionale -Goldman Sachs, Jp Morgan, UBS, le galassie Rockefeller, Warburg, Rothschild, i grandi fondi di investimento come Carlyle, Black Rock, Vanguard - con i quali hanno stretto una formidabile alleanza, all’ombra di un terzo soggetto, le agenzie riservate degli Stati Uniti, CIA, NSA e il DARPA. La meno nota al pubblico internazionale è quest’ultima, la discussa, per alcuni famigerata agenzia per i progetti di ricerca avanzata di difesa, che sviluppa, in collaborazione con entità private e di società controllate, ogni tipo di ricerca suscettibile di avere impiego militare. Il vecchio simbolo del DARPA era l’occhio massonico che tutto sorveglia. Creatura del DARPA fu Arpanet, il progetto per collegare tra loro i computer dell’esercito, che sviluppò le conoscenze da cui nacque la rivoluzione di Internet. Dalla collaborazione tra le strutture di ricerca e di intelligence in sinergia con i migliori cervelli del pianeta, consacrata da apposite società di capitali miste con complessi incroci azionari, è esploso in pochi anni un mondo totalmente nuovo, quello della quarta rivoluzione industriale, i cui dominatori sono divenuti le aziende più capitalizzate del mondo, avendo superato giganti della “old economy” come le sette sorelle del petrolio. Leggi tutto: I Nuovi Padroni

Se anche i Carabinieri stuprano. Il vaso di Pandora.

La cronaca è prevalentemente la rappresentazione del male della società: disgrazie, omicidi, violenza, scatenamento delle forze impersonali della natura. Ci siamo abituati, le notizie si inseguono, si accavallano sino a confondersi. Qualche volta, tuttavia quel che ascoltiamo ed elaboriamo attraverso la descrizione dell’apparato informativo diventato spettacolo sembra incredibile. E’ il caso della vicenda dei carabinieri di Firenze denunciati da due ragazze americane per stupro. I fatti, nella loro crudezza, sono stati riferiti come segue: le ragazze avrebbero chiesto aiuto per tornare a casa dopo una serata di eccessi in discoteca, i due le avrebbero accompagnate con l’auto di servizio e poi violentate nella loro abitazione o nell’androne. Il tampone vaginale praticato alle due americane conferma i rapporti sessuali, mentre altri accertamenti hanno fatto emergere l’ubriachezza delle giovani e l’effetto di droghe. Uno dei militari, un appuntato scelto pratese di mezza età, sposato con figli, ha ammesso il rapporto, dichiarando che la ragazza era consenziente. Non è nota la versione del secondo militare. Il nostro titolo comincia con un “se”. Nel caso di specie, tuttavia, non si intende esprime un’intenzione dubitativa, come se non credessimo al racconto delle protagoniste. Piuttosto, introduce una riflessione, allarmata quanto malinconica, su un tempo in cui anche i carabinieri stuprano. Intendiamoci, speriamo con tutta l’anima che l’accaduto abbia contorni diversi da quanto raccontato delle ragazze statunitensi, e che non di violenza sessuale si sia trattato, ma di rapporti, come si usa dire adesso, estremi. I fatti, comunque, restano e speriamo che la verità venga accertata oltre ogni ragionevole dubbio. Ciò che è successo è di una gravità che ammutolisce: due militari in servizio utilizzano l’automobile dell’Arma come un taxi per le nuove amiche, quindi la abbandonano in strada per un periodo imprecisato e in quella mezz’ora– un po’ meno, un po’ di più – consumano un rapporto sessuale nell’appartamento delle due, o sulla porta. Non si accorgono che le occasionali conoscenti, le quali forse si erano rivolte loro per aiuto, sono ubriache e in preda a sostanze stupefacenti, eppure sono carabinieri addestrati a riconoscere certi sintomi, anzi ad accertarli e contestarli. Poi violano ogni consegna, lasciano l’auto e la dignità per abbandonarsi ad un atto sessuale di tipo animale, meccanico, forse brutale. Oltre le questioni legali e penali, oggettivamente è un episodio ripugnante, carico di violenza e miseria esistenziale, al di là del giudizio sulla condotta generale delle ragazze. Viene in mente l’orribile espressione di ascendenza americana “to make sex”, fare sesso. Una volta si diceva, al massimo, fare l’amore, anche quando l’amore c’entrava poco. Adesso no, ora si “fa sesso”, come il boscaiolo fa legna o il cercatore di porcini va a fare funghi. Non ci sembra un progresso, piuttosto un effetto tra i mille che abbiamo sotto gli occhi senza farci più caso dopo aver scoperchiato il vaso di Pandora. Nel racconto mitologico greco riportato da Esiodo, Pandora (“tutti i doni”) ebbe da Zeus un vaso, con la raccomandazione di non aprirlo. Pandora, animata dalla curiosità che le era stata donata dal Dio Ermes, lo aprì, liberando i mali del mondo contenuti nel vaso, vecchiaia, malattia, pazzia, cupidigia, vizio. Nel vaso richiuso restò unicamente la speranza, che, liberata a sua volta, consentì agli uomini di continuare a vivere. L’orgoglioso uomo occidentale contemporaneo ha riaperto e distrutto il vaso, condannandosi allo scatenamento di tutte le passioni, a soggiacere a ogni pulsione nella schiavitù degli istinti. Si resta attoniti dinanzi ad un mucchio di cose; è normale, o almeno non sorprende più che persone poco più che adolescenti consumino la vita nell’alcol e nella droga, che la discoteca con le sue luci eccessive e la sua musica a tutti decibel sia tanto importante ed amata, colpisce che la sessualità, al di là dei contorni dell’episodio specifico, sia banalizzata e insieme compulsiva. Un padre di famiglia violenta, o comunque ha un rapporto del tutto occasionale e privo di qualunque sentimento con ragazze giovanissime, dell’età forse delle sue figlie, e nel fare questo dimentica tutti i suoi doveri e ignora le conseguenze del suo comportamento. Certo, non può bastare una divisa onorata a fare di chi la porta un uomo onorato. L’abito non ha mai fatto il monaco, figuriamoci oggi. Il comandante dell’Arma, generale Del Sette, parla giustamente di disonore, ma dimentica di essere egli stesso, insieme con un altro altissimo ufficiale, indagato per violazione di segreto d’ufficio in ordine allo scandalo Consip. Avrebbe avvertito Matteo Renzi o altri esponenti del cosiddetto Giglio Magico dell’esistenza di indagini a loro carico. Massimo garantismo, naturalmente, troppi innocenti sono sulla graticola, il calvario del generale Mori e del poliziotto Contrada insegnano, ma come non esistono più le mezze stagioni, forse non ci sono più nemmeno i Carabinieri di una volta. Il punto, ci sembra di poter affermare, è che tutto è diventato mezzo per conseguire un unico scopo, l’interesse ed il piacere personale. L’uomo stesso è una merce, una cosa da usare e gettare via il cui valore d’uso dipende dal mercato. Per le giovanissime straniere il piacere era una vacanza dall’altro lato dell’Oceano, probabilmente con scarso interesse per l’arte e la cultura di Firenze, nella quale bere a volontà e farsi di pillole o fumo. Poco riguardo per le conseguenze, la giovinezza è così. Per i carabinieri, l’occasione era ghiotta. Un rapporto facile, di cui magarsi vantarsi in compagnia degli amici tra giri di birra e risate grasse e ribalde. Ma sono uomini fatti, adulti, anzi carabinieri, militari in divisa ed in servizio. O forse no, forse occorre ripensare la lezione di Erving Goffman nella “Vita quotidiana come rappresentazione”. Il sociologo considera la vita sociale come un ordito di relazioni elementari: routine quotidiane, incontri casuali, interazioni episodiche, frammenti di conversazione. In fondo, una rappresentazione drammaturgica in cui ciascuno è di volta in volta spettatore, attore, giudice, vittima e colpevole. La messa in scena ha come posta in gioco il successo nelle varie parti che ci si trova a recitare, l’immagine che si dà di se stessi. I due esponenti dell’Arma benemerita (!?) recitavano semplicemente il ruolo del carabiniere, dell’irreprensibile tutore dell’ordine, degli uomini seri che incutono fiducia e speranza: ad orari stabiliti, dalle 8 alle 14, oppure nel turno successivo e, quella sera orribile, nel servizio notturno. La divisa non era evidentemente che un costume di scena, buono per la rappresentazione del padre di famiglia, del titolare di reddito fisso, di chi gode di piccoli privilegi tipo non pagare il biglietto al cinema o sui mezzi pubblici. Quella sera si recitava a soggetto, il canovaccio non prevedeva le giovanissime prede, ma la rappresentazione ama improvvisare, mutare il copione, tanto il senso del dovere è un retaggio del passato remoto, esattamente come la decenza e il rispetto di se stessi e degli altri. Poi c’è il sentimento del limite, del decoro, e, per chi ricopre un ruolo o indossa una divisa, un minimo di riguardo per l’istituzione. Nulla, è vietato vietare da circa mezzo secolo, non possiamo pensare che il principio non valga per i due carabinieri felloni. Da qualche parte, si lamenta un certo lassismo nella selezione dei candidati all’Arma o alla Polizia. Può essere, ma la società in cui si pesca è quella che è. Marcuse, cattivissimo maestro, parlò giustamente di uomini a una dimensione, lamentando la riduzione di tutto alla categoria del consumo (di sé, della merce, della vita). Il rimedio che egli suggerì e che dilaga in Occidente è peggiore del male, ovvero la liberazione sessuale. Come rispondere ad un’alluvione aprendo i portelloni delle dighe. Intanto, ci si vieta- pura autocensura – il giudizio morale su un’attitudine di massa, non solo giovanile, per cui scopo della vita è la vacanza, ossia l’assenza, la mancanza, il disimpegno, da riempire con gli eccessi, nel bere, nell’assumere sostanze che rafforzano temporaneamente la forza dei desideri e delle pulsioni. Nella fattispecie, questo vale anche per le ragazze americane. Si può ancora dire, pur nel rispetto del loro essere vittime, che se non avessero frequentato fin dal loro arrivo in Italia ambienti equivoci, se fossero state sobrie e non impasticcate le cose sarebbero andate diversamente? Questo non cambia di una virgola, naturalmente, la ripugnanza per il comportamento dei cosiddetti carabinieri, lesti ad approfittare della debolezza altrui. Negli stessi giorni, episodi altrettanto gravi si sono consumati a Rimini, con la violenza di gruppo ai danni di una ragazza polacca e di una transessuale peruviana da parte di giovani africani che saranno italiani appena varato lo sciagurato ius soli, e l’assalto sessuale di un bengalese munito di un visto per “ragioni umanitarie” ad una giovane finlandese. Ogni parola è superflua, un eccesso e una mancanza di rispetto. Dobbiamo registrare ed accettare, a margine dell’episodio fiorentino, persino la vignetta del pessimo Vauro, in cui un giovane africano con aria divertita ed indulgente afferma “Non tutti i carabinieri sono stupratori “. Un ‘unica osservazione: in tutti gli episodi sono coinvolti stranieri, spesso vittime, più sovente carnefici. Forse l’accoglienza indiscriminata è una follia anche dal punto di vista dei reati sessuali, certo la nostra civilizzazione è troppo esausta per trovare antidoti, reagire, esprimere una rivolta ideale e morale. Il male esiste, comunque lo si voglia chiamare, persino peccato originale come insegna la tradizione cristiana. La libertà indiscriminata, la ripulsa ad esprimere valutazioni etiche e principi comuni figlia del relativismo e di un malinteso multiculturalismo conducono lì dove siamo arrivati e dobbiamo vedere il disonore macchiare anche un corpo prestigioso come quello dei carabinieri. Ma che cosa significa disonore, se è stato respinto, squalificato, deriso il suo opposto, cioè l’onore? L’onore è un sentimento verticale, tendenzialmente aristocratico anche se riguarda tutti e ciascuno. Esso è l’idea “alta” che ci facciamo di noi stessi e diventa comportamento quotidiano, obiettivo, vita concreta.  L’uomo e la donna onorata pretendono molto da se stessi, innanzitutto sanno rinunciare a quanto non è giusto o dovuto, conoscono il limite da non superare, comprendono che la libertà è scelta, opportunità, giudizio, non di rado rinuncia meditata, mai istinto o scatenamento. L’onore sa anche che la via giusta è quasi sempre la più stretta e difficile. Non c’è onore nell’alcool, nella droga, nella “vacanza” illimitata, ancora meno ce n’è nel rubare sesso nascosti dietro una divisa. Le responsabilità sono sempre personali, i conti devono essere pagati. I due carabinieri pagheranno caro per un’ora di follia, forse resteranno travolte anche le loro incolpevoli famiglie. Eppure, c’è un altro colpevole nascosto e potentissimo, ed è questo tempo canaglia che esalta un incredibile ossimoro, l’assoluto relativo. Assoluta deve essere la libertà, nessun limite, alcun divieto o regola morale condivisa e comune deve impedire le nostre azioni. E questo perché abbiamo abolito il discrimine tra bene e male, verità e menzogna, giusto e sbagliato. Ciascun “io” è giudice supremo: l’assoluto ed il relativo al potere insieme. Qualcosa di impossibile come il cerchio quadrato o l’acqua asciutta. Ora lo sanno le incaute ragazze americane, alle quali auguriamo di dimenticare Firenze e ricercare la felicità prescritta dalla costituzione del loro paese lontano dalle bottiglie, dal fumo e dalle pasticche. Lo sanno da quella notte anche i due carabinieri infedeli all’Arma e estranei ai valori che si erano impegnati a servire per mestiere, vittime di se stessi e del vaso di Pandora. Quel vaso aveva sul fondo elpis, la speranza, l’antidoto ai mali eterni dell’uomo, l’ultima dea dei Romani. Ma Dio è morto, i principi sono tramontati, la speranza si rivolge al futuro in un mondo che riconosce solo il presente. Prometeo ha sciolto le vecchie catene per assumerne di nuove, quelle degli istinti proclamati libertà. Il relativo assoluto e soggettivo, prendere ciò che si vuole, qui e adesso, consumarlo sul posto. Anche con la forza, anche con lo stupro, a costo di un impalpabile disonore. 
 
ROBERTO PECCHIOLI      
 

La Repubblica delle Procedure.

Molti anni fa un giovanissimo studente di lettere e filosofia che adesso scrive le presenti righe entrava a far parte dell’amministrazione finanziaria, all’unico scopo di garantirsi pasti regolari. Destinato a compiti di controllo, venne catechizzato da un brillante funzionario la cui sapienza giuridica e professionale si univa alla vivacità e alla classe naturale dei napoletani di alto bordo. Il concetto su cui insistette di più fu “le carte devono essere a posto”. Ripeteva senza stancarsi che si poteva anche rubare la nazione intera purché i documenti relativi fossero perfetti, inattaccabili, e gli atti ben motivati. Ciò che sembrava prerogativa della sola burocrazia, è oggi divenuto il segno distintivo di una forma di società, quella liberale e liberista, che qualcuno ha definito la repubblica delle procedure. Non si scappa: tutto è procedura, sistema, apparato tecnico, linee guida, normativa minuziosa, complessa, per padroneggiare la quale è sorto un nuovo potente clero secolare di “esperti”. La ragione è in fondo assai semplice: il modo di pensare liberale nega l’esistenza del bene comune, ha orrore di principi morali condivisi, vive del solo utile, anzi di ciò che promuove “razionalmente” e determina l’interesse individuale. Non può dunque che ripiegare su ciò che è considerato giusto e proclamato legale in base ad una norma scritta e transitoria, frutto dello spirito del tempo espresso da una (vera o presunta) maggioranza formata a quell’unico scopo. A quella norma viene attribuito un valore salvifico in base all’unica considerazione che è vigente in un certo momento storico. Sembra l’universalizzazione del pur venerando brocardo romanistico “tempus regit actum” e l’estensione all’intero mondo della vita delle “carte in regola”, dei timbri e delle normative. Leggi tutto: La Repubblica delle Procedure.

Sempre più giovani poveri.

Qualcuno ritiene ancora la statistica una scienza minore, pronta a certificare che abbiamo mangiato un pollo a testa anche se qualcuno è rimasto a digiuno mentre altri si sono strafogati. Soprattutto, sembra pensarla così- disgraziatamente- la miserabile classe dirigente di governo e di opposizione. Se così non fosse, infatti, chi ha responsabilità di decisione si mobiliterebbe dinanzi ai rapporti periodici degli istituti di ricerca e di statistica. Al contrario, al massimo un giorno di interesse mediatico e l’indomani silenzio, via verso i nuovi intrighi, le beghe di cortile, il consueto spettacolo da angiporto che chiamiamo politica. L’Istat ha pubblicato il suo rapporto annuale sulla povertà in Italia, le sue conclusioni sono gravi, ma ciò che conta è la polemica sul nuovo libroide autocelebrativo di Matteo Renzi. Eppure, l’istituto pubblico- dunque un ente dotato di prestigio, ufficialità e con accesso privilegiato ad ogni canale di informazione – mette nero su bianco qualcosa che gli italiani normali sanno per esperienza diretta: diventiamo ogni anno più poveri, ed il disagio si concentra sugli anziani e soprattutto su giovani e giovanissimi. I numeri dovrebbero determinare la reazione popolare, e, nelle classi dirigenti, riflessioni, autocritiche e progetti di lungo termine. Nulla. Le famiglie in condizione di povertà assoluta sono oltre 1.600.000, e costituiscono il 6,3 di quelle residenti. La percentuale sale al 7,9 della popolazione se consideriamo gli individui. Si tratta di 4.762.000 persone, più dell’intera popolazione del Piemonte e della Valle d’Aosta. L’aumento rispetto all’anno precedente è dello 0,3 per cento, un dato apparentemente non drammatico, ma si tratta di 180.000 persone in più schiacciate dal bisogno e dal disagio. Soprattutto, conta che il dato continui ad aumentare, segno evidente che non siamo affatto usciti dalla crisi, con buona pace del dottor Draghi, e che le politiche governative, a cominciare dal magico jobs act sino alla mancia di 80 euro di qualche anno fa, non hanno sortito effetto alcuno. Tuttavia, l’elemento più pesante è la certificazione dell’ISTAT relativa ai gruppi maggiormente colpiti. Leggi tutto: Sempre più giovani poveri.