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Venti di guerra e sovranità perduta.

L’Italia vive un momento drammatico della sua storia: la nostra è una nazione in via di estinzione. Nessun riferimento certo, nessuna prospettiva seria, nessun progetto vero per il rilancio di una nazione inebetita e disorientata e sulla nostra testa si giocando potenti e drammatiche partite criminali. Da una parte le nostre energie più fresche e le nostre risorse più preparate emigrano in cerca di fortuna e del riconoscimento delle proprie capacità e dei propri meriti, dall’ altra una turpe masnada di criminali senza scrupoli si arricchiscono con il traffico di esseri umani con la scusa di un’accoglienza pelosa e di un buonismo d’accatto. Intanto gli imbonitori di turno che hanno costruito il ribrezzo nei confronti della figura del politico che, al contrario, dovrebbe essere l’unica via di salvezza per una nazione alla deriva, dividono il popolo italiano in giochi contrapposti su obiettivi depistanti e che aggravano la nostra dipendenza dai potentati finanziari apolidi e multinazionali. Leggi tutto: Venti di guerra e sovranità perduta.

Crisi Bancaria in arrivo.

La situazione delle banche italiane è ormai critica. Il dossier politico della loro ricapitalizzazione occuperà gran parte dell’estate. Esso mette in discussone direttamente le regole della Unione bancaria, che è entrata in vigore il 1° gennaio 2016. L’incapacità del governo italiano di rispettare le regole dell’Unione bancaria mette in evidenza il cattivo funzionamento, in via di peggioramento, dell’ Eurozona. La quota dei prestiti denominati “ non performing “, cioè inesigibili, nel bilancio delle banche ha ormai raggiunto quasi il 18%, secondo uno studio del FMI . A parte il caso della Grecia, dove il tasso arriva oltre il 34%, questo è il tasso più alto dell’Eurozona. Il Portogallo segue peraltro questa tendenza, ma a un livello ben inferiore, poiché la percentuale di debito cattivo è “solo”del 12%. In sintesi, si stima il volume totale a 360-400 miliardi di Euro, dei quali dai 70 ai 100 da coprire, o da parte dello Stato o da altri meccanismi. Va notato qui che l’innalzamento della percentuale di crediti inesigibili può essere legato a molte cause diverse. In Irlanda e in Spagna, a causare il movimento è stata una speculazione immobiliare. Niente del genere nel caso dell’Italia, ciò che rende la progressione dei debiti “negativi” ben più inquietante. Questi ultimi provengono da prestiti che sono stati concessi dalle banche italiane alle piccole e medie imprese della penisola.

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Strage di Nizza: sicurezza e terrorismo (Adriano Tilgher)

I fatti di Nizza ripropongono un tema che coinvolge la stabilità emotiva, politica e sociale dei popoli europei. Il falso buonismo, il voler ritenere "l'altro" da aiutare solo lo straniero e non mai i nostri in difficoltà, il considerare un morto durante una rissa, sorta da insulti verbali, degno di funerali di stato, solo perchè di colore, come nel caso di Fermo, mentre i 9 italiani assassinati a Dacca non sono stati degni di un tale onore, sono alcune delle ragioni per cui ci sentiamo insicuri ed indifesi.
Bisogna piantarla con la condiscendenza e tornare ad essere orgogliosi della nostra identità e della nostra storia, a rivendicarla e difenderla, ma per fare questo bisogna che tutto il popolo si assuma le proprie responsabilità e dia il proprio contributo per recuperare la sicurezza di cui sentiamo giustamente bisogno. Non basta pensare a delegare alle forze dell'ordine, bisogna in prima persona aiutare e sentirsi interni a questo sottile conflitto.

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Facciamo due conti

di Lorenzo Romano
corrispondenza da Roma per Palermoparla

In questo mese il Governo sta esultando per lo 0,8% di incremento del PIL (circa 120 miliardi), per l’occupazione cresciuta di 70.000 posti, per le partite IVA che sono in aumento, ovvero una situazione estremamente positiva ma nel piccolo quotidiano tale eclatante miglioramento non si nota affatto!
Per capirci qualcosa facciamo due conti.
La popolazione italiana ammonta a circa 60 milioni di persone partendo dai 53,82 milioni del 1970 (quindi il presunto “calo” è assai dubbio) e il tasso della disoccupazione censita è circa 11,5% rispetto alla media di 22 milioni di lavoratori, ovvero circa 2,5 milioni di disoccupati (di cui il 45% in età giovanile) ma valutazioni realistiche portano a un insieme di 5 milioni tra disoccupati censiti, sotto occupati, rinunciatari, lavoratori nel sommerso, ecc.
La popolazione straniera in Italia oscilla tra i 5 e i 6 milioni di persone spesso accompagnati dalle famiglie cui l’imprecisione dei dati. A tale numero vanno aggiunti i circa 400.000 clandestini (circa 250.000 dati ufficiali) in turnover di qualificazione o di rimpatrio.
Allora, tale 0,8% chi lo produce e se è vero che si tratta di produzione reale perché c’è un continuo aumento delle tasse?
Come base di calcolo prendiamo spunto da una notizia diffusa da Il Sole 24Ore relativa al PIL della Svezia cresciuto del 4% di cui almeno il 2% grazie ai migranti. Poiché la Svezia aderisce ai trattati UE per similitudine si può considerare che anche per l’Italia il 50% dell’incremento PIL sia dovuto agli stranieri, ovvero lo 0,4% del PIL pari a circa 60 miliardi è prodotto dai 5 milioni di stranieri i quali dovrebbero percepire in media 12.000 euro/anno, ovvero una “paghetta” di circa 750 euro netti. Il dato è realistico.
A questo punto nascono alcune domande: perché tanta disoccupazione tra gli italiani e perché le tasse sono in progressione crescente la quale sembrerebbe senza limite
superiore?
La prima risposta potrebbe trovarsi nel differenziale tra paga media degli stranieri già calcolata in 750 euro/mese contro i 1200 euro/mese “pretesi” dai lavoratori italiani e ciò creerebbe gran parte dei 5.000.000 di disoccupati.
La seconda risposta si ha partendo dai residui di Welfare (pensioni, CIG, ecc.) che incide per circa 300 miliardi/anno sugli 800 complessivi di spesa pubblica.
In merito alla questione dei disoccupati ovviamente l’imprenditore avrà preferenza per l’assunzione di uno straniero a parità di competenze operative e dal punto di vista delle aziende è una scelta incontestabile che viene confermata dalla bilancia commerciale.
L’Italia ha buone chances nel rapporto exp/imp ma ha il grosso handicapp industriale di dover importare circa il 70% dell’energia consumata. Nonostante tutto, in questo ultimo periodo però la situazione si mostra ancora positiva grazie al notevole ribasso dei prodotti petroliferi e alla disponibilità di prestiti BCE allo 0,5% in regime QE, il saldo della bilancia commerciale risulta attiva per circa 20 miliardi e di 80 miliardi al netto del consumo energetico (dati non aggiornati).
Tale situazione fa notare che – supponendo corretta la spesa pubblica dei 500 miliardi indicati prima – il sovraccarico di almeno il 30% dei 300 miliardi di Welfare è dovuto alla NOTEVOLE SPROPORZIONE tra il numero degli immigrati occupati e i tanti disoccupati italiani. Anche se la questione è legata al differenziale di costo tra le due categorie, non sembra una SITUAZIONE NE’ LOGICA, NE’ LEGITTIMA!
Lo Stato dovrebbe azzerare tale differenziale intervenendo anche in sede UE e se necessario con tutti i mezzi disponibili perché NON E’ ASSOLUTAMENTE ACCETTABILE
sottostare al modello imposto dalla UE che mira solo alla “crescita” lasciando in sofferenza 5.000.000 di italiani raccontando che “si vuole vivere sopra le righe” (un’altra menzogna propagandata con dovizia!)…
Se ciò non risulta possibile in quanto ormai la politica economica italiana è del tutto sottomessa ai trattati UE fallimentari e perdenti sotto ogni punto di vista, c’è da indagare sui restanti 500 miliardi di spesa pubblica annua per capire dove finiscono ed eventualmente recuperare da lì il necessario per compensare la disoccupazione e ridurre le tasse con enorme, grande vantaggio per la nazione…

(Dati ricavati da varie pubblicazioni Web pubbliche e private)

Ricordo dell'esodo istriano. La mula di Parenzo

“Non riusciremo mai a considerare aventi diritto all’asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori” Questo scriveva l’Unità del 30 novembre 1946 sulla tragedia dell’esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati dalle loro terre , a firma di Piero Montagnani, medaglia d’argento della resistenza e futuro parlamentare del PCI per quindici anni, un figuro a cui sono intitolate strade nella Repubblica Italiana.

Il 10 febbraio del 1947 , con la firma del trattato di pace, la nuova Italia perdeva gran parte del territorio istriano, il Quarnero fiumano e Zara. Veniva istituito il Territorio Libero di Trieste, con la zona A sotto amministrazione alleata e la zona B ( litorale di Capodistria, e poi Buie, Umago e Cittanova) affidata “temporaneamente “ alla Jugoslavia. L’esodo si ingigantì e svuotò l’antica città di Pola, fiera della sua arena romana , Fiume e, più lentamente , ma almeno fino al 1955, paesi e cittadine della zona B, allorché fu chiaro che la Jugoslavia non avrebbe mollato la presa.

Intanto, mentre almeno quindicimila connazionali venivano gettati nelle cavità carsiche, le foibe, centinaia di migliaia di italiani fieri e ormai poverissimi venivano spesso insultati ed offesi dalla canaglia comunista. Episodi rivoltanti accaddero a Bologna ed alla Spezia, e l’Italia ufficiale concedeva pensioni di guerra ai loro stessi assassini .

Questo, in poche righe, è il riassunto del destino di un popolo, colpevole di vivere in terre di confine e di essere, anzi addirittura, di aver scelto , per volontà degli antenati, di essere italiani.

Scriveva ancora, con la penna intinta nell’odio e nella menzogna, quel molto onorevole Montagnani, che gli esuli, definiti “gerarchi e briganti neri sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune “ Per quella politica bastavano loro, specialisti dell’agguato alle spalle e delle stragi a guerra finita. Vi risparmio la tirata sul “giusto castigo della giustizia popolare jugoslava”.

Quello fu il clima che accolse uomini e donne di tutte le età, vecchi e bambini, fuggiti con pochi abiti e qualche sacca di povere masserizie. Contemporaneamente, i pochi che rimasero sperimentarono la cancellazione della loro identità, della lingua, videro distrutti perfino i cimiteri ed i registri parrocchiali che custodivano la memoria.

Numerosi italiani d’Istria di sentimenti comunisti sperimentarono il carcere durissimo della famigerata Isola Calva. Per le vittime delle foibe , oblio, rimozione, fastidio, negazione.

Dimenticata anche l’origine di un padre della lingua italiana, Nicolò Tommaseo, dalmata di Sebenico, città che con Spalato e Traù, la meravigliosa perla veneziana fatta di canali e di edifici in scintillante pietra locale, aveva già sperimentato un esodo di connazionali dopo la prima guerra mondiale, quando nacque la Jugoslavia dal Trattato di Versailles e da quello, successivo, di Rapallo. Dimenticato un grande musicista come Giuseppe Tartini, di Pirano, oggi slovena, poco amati scrittori come Quarantotti Gambini, capodistriano e poi Fulvio Tomizza, di Materada.

Da qualche anno, la giornata della memoria tenta di mantenere viva una testimonianza che è soprattutto cattiva coscienza, quella di un popolo, il nostro, che ha evitato accuratamente di rispettare, non dico onorare, chi ha dovuto lasciare tutto dinanzi all’avanzare di quegli slavi comunisti che ben conoscevano, e le cui attitudini, nel rapporto con gli altri popoli, si sono poi manifestate sotto gli occhi di tutti nelle terribili guerre che hanno insanguinato lo smembramento della Jugoslavia. Stragi, distruzioni, atrocità, esodi di intere popolazioni. Forse, solo allora, l’italiano medio ha compreso, anzi riconosciuto per la prima volta le sofferenze di quegli italiani dai cognomi impronunciabili, ma così “nostri”, così fratelli, per chi sa distinguere la voce del sangue e della cultura comune.

Nella mia città di mare e di porto, gli istriani, soprattutto polesani e fiumani, sono arrivati a migliaia, e , tutto sommato, non hanno subito le vessazioni e le umiliazioni inflitte loro altrove. Sono cresciuto tra i loro figli, ragazzi tutti dagli occhi azzurri , ho ascoltato le loro storie, quelli più grandi di me erano nati in campi profughi, e sentivo, senza capire, che avevano sofferto, e che c’era in loro una mancanza, qualcosa di spezzato e di non detto, per pudore.

Ho capito dopo che dai loro genitori, o dai fratelli maggiori, avevano appreso ed ereditato il dolore dell’esilio, della fuga, dello sradicamento. Girava per casa mia un giornale dei loro, L’Arena di Pola, e lessi bambino una poesia che mi faceva commuovere ogni volta , era ripresa in tutti le edizioni di quel giornale con il disegno dell’arena accanto alla testata. Era l’Addio a Pola di un certo Fontana, credo, che narrava di una nave, il Toscana, adibita per settimane o mesi al trasporto a Venezia od Ancona , in infiniti tristi viaggi i trentamila che fuggivano dalla città e le altre migliaia dell’entroterra , e qualcuno metteva in una fiaschetta un po’ d’acqua del mare e , in un sacchetto, la sabbia della spiaggia.

Ho imparato fin dalle elementari a cantare La mula de Parenzo, la canzone popolare in istro veneto che, lo compresi più tardi, per loro era una specie di inno, anche se parla soltanto di una ragazza non tanto seria e di monti di polenta .

Adulto, ho trascorso una settimana a Zara, gioiello veneziano , patria della famiglia Missoni , dove a tutti i leoni di San Marco scolpiti su chiese e palazzi sono state tagliate le ali, e, sulla spiaggia, ho incontrato una colta e gentilissima professoressa di italiano di Zagabria, che cercava di convincermi del carattere slavo dell’Istria. Dopo molti scambi di battute, non ne ho potuto più , e mi sono a messo a cantare, stonato come sono, La mula de Parenzo.

Alla fine, ho gridato alla docente croata, se avesse mai ascoltato La mula de Porec, che è il nome slavo della splendida cittadina istriana . Non ebbi, ovviamente, risposta.

E’ questo il mio piccolo contributo sentimentale, di italiano che ama quel che resta della Patria, nei giorni del ricordo del dramma dei profughi ( loro, sì’, profughi) da quelle terre bellissime .

E chi può, aiuti concretamente, con libri, dischi e qualsiasi cosa significhi cultura italiana, le piccole, ma risorte combattive comunità italiane che sono attive in tutte le città ed i paesi dell’Istria ed a Fiume, e cercano di mantenere l’identità linguistica e culturale di una minoranza che non deve sparire. Cercatele su Internet, sarà un soffio d’aria pura.

Ne voglio ricordare una, quella di Grisignano, settecento anime, unico paese istriano rimasto a maggioranza italiana.

Forse , La mula de Parenzo ha davvero messo su bottega ……

ROBERTO PECCHIOLI