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Se anche i Carabinieri stuprano. Il vaso di Pandora.

La cronaca è prevalentemente la rappresentazione del male della società: disgrazie, omicidi, violenza, scatenamento delle forze impersonali della natura. Ci siamo abituati, le notizie si inseguono, si accavallano sino a confondersi. Qualche volta, tuttavia quel che ascoltiamo ed elaboriamo attraverso la descrizione dell’apparato informativo diventato spettacolo sembra incredibile. E’ il caso della vicenda dei carabinieri di Firenze denunciati da due ragazze americane per stupro. I fatti, nella loro crudezza, sono stati riferiti come segue: le ragazze avrebbero chiesto aiuto per tornare a casa dopo una serata di eccessi in discoteca, i due le avrebbero accompagnate con l’auto di servizio e poi violentate nella loro abitazione o nell’androne. Il tampone vaginale praticato alle due americane conferma i rapporti sessuali, mentre altri accertamenti hanno fatto emergere l’ubriachezza delle giovani e l’effetto di droghe. Uno dei militari, un appuntato scelto pratese di mezza età, sposato con figli, ha ammesso il rapporto, dichiarando che la ragazza era consenziente. Non è nota la versione del secondo militare. Il nostro titolo comincia con un “se”. Nel caso di specie, tuttavia, non si intende esprime un’intenzione dubitativa, come se non credessimo al racconto delle protagoniste. Piuttosto, introduce una riflessione, allarmata quanto malinconica, su un tempo in cui anche i carabinieri stuprano. Intendiamoci, speriamo con tutta l’anima che l’accaduto abbia contorni diversi da quanto raccontato delle ragazze statunitensi, e che non di violenza sessuale si sia trattato, ma di rapporti, come si usa dire adesso, estremi. I fatti, comunque, restano e speriamo che la verità venga accertata oltre ogni ragionevole dubbio. Ciò che è successo è di una gravità che ammutolisce: due militari in servizio utilizzano l’automobile dell’Arma come un taxi per le nuove amiche, quindi la abbandonano in strada per un periodo imprecisato e in quella mezz’ora– un po’ meno, un po’ di più – consumano un rapporto sessuale nell’appartamento delle due, o sulla porta. Non si accorgono che le occasionali conoscenti, le quali forse si erano rivolte loro per aiuto, sono ubriache e in preda a sostanze stupefacenti, eppure sono carabinieri addestrati a riconoscere certi sintomi, anzi ad accertarli e contestarli. Poi violano ogni consegna, lasciano l’auto e la dignità per abbandonarsi ad un atto sessuale di tipo animale, meccanico, forse brutale. Oltre le questioni legali e penali, oggettivamente è un episodio ripugnante, carico di violenza e miseria esistenziale, al di là del giudizio sulla condotta generale delle ragazze. Viene in mente l’orribile espressione di ascendenza americana “to make sex”, fare sesso. Una volta si diceva, al massimo, fare l’amore, anche quando l’amore c’entrava poco. Adesso no, ora si “fa sesso”, come il boscaiolo fa legna o il cercatore di porcini va a fare funghi. Non ci sembra un progresso, piuttosto un effetto tra i mille che abbiamo sotto gli occhi senza farci più caso dopo aver scoperchiato il vaso di Pandora. Nel racconto mitologico greco riportato da Esiodo, Pandora (“tutti i doni”) ebbe da Zeus un vaso, con la raccomandazione di non aprirlo. Pandora, animata dalla curiosità che le era stata donata dal Dio Ermes, lo aprì, liberando i mali del mondo contenuti nel vaso, vecchiaia, malattia, pazzia, cupidigia, vizio. Nel vaso richiuso restò unicamente la speranza, che, liberata a sua volta, consentì agli uomini di continuare a vivere. L’orgoglioso uomo occidentale contemporaneo ha riaperto e distrutto il vaso, condannandosi allo scatenamento di tutte le passioni, a soggiacere a ogni pulsione nella schiavitù degli istinti. Si resta attoniti dinanzi ad un mucchio di cose; è normale, o almeno non sorprende più che persone poco più che adolescenti consumino la vita nell’alcol e nella droga, che la discoteca con le sue luci eccessive e la sua musica a tutti decibel sia tanto importante ed amata, colpisce che la sessualità, al di là dei contorni dell’episodio specifico, sia banalizzata e insieme compulsiva. Un padre di famiglia violenta, o comunque ha un rapporto del tutto occasionale e privo di qualunque sentimento con ragazze giovanissime, dell’età forse delle sue figlie, e nel fare questo dimentica tutti i suoi doveri e ignora le conseguenze del suo comportamento. Certo, non può bastare una divisa onorata a fare di chi la porta un uomo onorato. L’abito non ha mai fatto il monaco, figuriamoci oggi. Il comandante dell’Arma, generale Del Sette, parla giustamente di disonore, ma dimentica di essere egli stesso, insieme con un altro altissimo ufficiale, indagato per violazione di segreto d’ufficio in ordine allo scandalo Consip. Avrebbe avvertito Matteo Renzi o altri esponenti del cosiddetto Giglio Magico dell’esistenza di indagini a loro carico. Massimo garantismo, naturalmente, troppi innocenti sono sulla graticola, il calvario del generale Mori e del poliziotto Contrada insegnano, ma come non esistono più le mezze stagioni, forse non ci sono più nemmeno i Carabinieri di una volta. Il punto, ci sembra di poter affermare, è che tutto è diventato mezzo per conseguire un unico scopo, l’interesse ed il piacere personale. L’uomo stesso è una merce, una cosa da usare e gettare via il cui valore d’uso dipende dal mercato. Per le giovanissime straniere il piacere era una vacanza dall’altro lato dell’Oceano, probabilmente con scarso interesse per l’arte e la cultura di Firenze, nella quale bere a volontà e farsi di pillole o fumo. Poco riguardo per le conseguenze, la giovinezza è così. Per i carabinieri, l’occasione era ghiotta. Un rapporto facile, di cui magarsi vantarsi in compagnia degli amici tra giri di birra e risate grasse e ribalde. Ma sono uomini fatti, adulti, anzi carabinieri, militari in divisa ed in servizio. O forse no, forse occorre ripensare la lezione di Erving Goffman nella “Vita quotidiana come rappresentazione”. Il sociologo considera la vita sociale come un ordito di relazioni elementari: routine quotidiane, incontri casuali, interazioni episodiche, frammenti di conversazione. In fondo, una rappresentazione drammaturgica in cui ciascuno è di volta in volta spettatore, attore, giudice, vittima e colpevole. La messa in scena ha come posta in gioco il successo nelle varie parti che ci si trova a recitare, l’immagine che si dà di se stessi. I due esponenti dell’Arma benemerita (!?) recitavano semplicemente il ruolo del carabiniere, dell’irreprensibile tutore dell’ordine, degli uomini seri che incutono fiducia e speranza: ad orari stabiliti, dalle 8 alle 14, oppure nel turno successivo e, quella sera orribile, nel servizio notturno. La divisa non era evidentemente che un costume di scena, buono per la rappresentazione del padre di famiglia, del titolare di reddito fisso, di chi gode di piccoli privilegi tipo non pagare il biglietto al cinema o sui mezzi pubblici. Quella sera si recitava a soggetto, il canovaccio non prevedeva le giovanissime prede, ma la rappresentazione ama improvvisare, mutare il copione, tanto il senso del dovere è un retaggio del passato remoto, esattamente come la decenza e il rispetto di se stessi e degli altri. Poi c’è il sentimento del limite, del decoro, e, per chi ricopre un ruolo o indossa una divisa, un minimo di riguardo per l’istituzione. Nulla, è vietato vietare da circa mezzo secolo, non possiamo pensare che il principio non valga per i due carabinieri felloni. Da qualche parte, si lamenta un certo lassismo nella selezione dei candidati all’Arma o alla Polizia. Può essere, ma la società in cui si pesca è quella che è. Marcuse, cattivissimo maestro, parlò giustamente di uomini a una dimensione, lamentando la riduzione di tutto alla categoria del consumo (di sé, della merce, della vita). Il rimedio che egli suggerì e che dilaga in Occidente è peggiore del male, ovvero la liberazione sessuale. Come rispondere ad un’alluvione aprendo i portelloni delle dighe. Intanto, ci si vieta- pura autocensura – il giudizio morale su un’attitudine di massa, non solo giovanile, per cui scopo della vita è la vacanza, ossia l’assenza, la mancanza, il disimpegno, da riempire con gli eccessi, nel bere, nell’assumere sostanze che rafforzano temporaneamente la forza dei desideri e delle pulsioni. Nella fattispecie, questo vale anche per le ragazze americane. Si può ancora dire, pur nel rispetto del loro essere vittime, che se non avessero frequentato fin dal loro arrivo in Italia ambienti equivoci, se fossero state sobrie e non impasticcate le cose sarebbero andate diversamente? Questo non cambia di una virgola, naturalmente, la ripugnanza per il comportamento dei cosiddetti carabinieri, lesti ad approfittare della debolezza altrui. Negli stessi giorni, episodi altrettanto gravi si sono consumati a Rimini, con la violenza di gruppo ai danni di una ragazza polacca e di una transessuale peruviana da parte di giovani africani che saranno italiani appena varato lo sciagurato ius soli, e l’assalto sessuale di un bengalese munito di un visto per “ragioni umanitarie” ad una giovane finlandese. Ogni parola è superflua, un eccesso e una mancanza di rispetto. Dobbiamo registrare ed accettare, a margine dell’episodio fiorentino, persino la vignetta del pessimo Vauro, in cui un giovane africano con aria divertita ed indulgente afferma “Non tutti i carabinieri sono stupratori “. Un ‘unica osservazione: in tutti gli episodi sono coinvolti stranieri, spesso vittime, più sovente carnefici. Forse l’accoglienza indiscriminata è una follia anche dal punto di vista dei reati sessuali, certo la nostra civilizzazione è troppo esausta per trovare antidoti, reagire, esprimere una rivolta ideale e morale. Il male esiste, comunque lo si voglia chiamare, persino peccato originale come insegna la tradizione cristiana. La libertà indiscriminata, la ripulsa ad esprimere valutazioni etiche e principi comuni figlia del relativismo e di un malinteso multiculturalismo conducono lì dove siamo arrivati e dobbiamo vedere il disonore macchiare anche un corpo prestigioso come quello dei carabinieri. Ma che cosa significa disonore, se è stato respinto, squalificato, deriso il suo opposto, cioè l’onore? L’onore è un sentimento verticale, tendenzialmente aristocratico anche se riguarda tutti e ciascuno. Esso è l’idea “alta” che ci facciamo di noi stessi e diventa comportamento quotidiano, obiettivo, vita concreta.  L’uomo e la donna onorata pretendono molto da se stessi, innanzitutto sanno rinunciare a quanto non è giusto o dovuto, conoscono il limite da non superare, comprendono che la libertà è scelta, opportunità, giudizio, non di rado rinuncia meditata, mai istinto o scatenamento. L’onore sa anche che la via giusta è quasi sempre la più stretta e difficile. Non c’è onore nell’alcool, nella droga, nella “vacanza” illimitata, ancora meno ce n’è nel rubare sesso nascosti dietro una divisa. Le responsabilità sono sempre personali, i conti devono essere pagati. I due carabinieri pagheranno caro per un’ora di follia, forse resteranno travolte anche le loro incolpevoli famiglie. Eppure, c’è un altro colpevole nascosto e potentissimo, ed è questo tempo canaglia che esalta un incredibile ossimoro, l’assoluto relativo. Assoluta deve essere la libertà, nessun limite, alcun divieto o regola morale condivisa e comune deve impedire le nostre azioni. E questo perché abbiamo abolito il discrimine tra bene e male, verità e menzogna, giusto e sbagliato. Ciascun “io” è giudice supremo: l’assoluto ed il relativo al potere insieme. Qualcosa di impossibile come il cerchio quadrato o l’acqua asciutta. Ora lo sanno le incaute ragazze americane, alle quali auguriamo di dimenticare Firenze e ricercare la felicità prescritta dalla costituzione del loro paese lontano dalle bottiglie, dal fumo e dalle pasticche. Lo sanno da quella notte anche i due carabinieri infedeli all’Arma e estranei ai valori che si erano impegnati a servire per mestiere, vittime di se stessi e del vaso di Pandora. Quel vaso aveva sul fondo elpis, la speranza, l’antidoto ai mali eterni dell’uomo, l’ultima dea dei Romani. Ma Dio è morto, i principi sono tramontati, la speranza si rivolge al futuro in un mondo che riconosce solo il presente. Prometeo ha sciolto le vecchie catene per assumerne di nuove, quelle degli istinti proclamati libertà. Il relativo assoluto e soggettivo, prendere ciò che si vuole, qui e adesso, consumarlo sul posto. Anche con la forza, anche con lo stupro, a costo di un impalpabile disonore. 
 
ROBERTO PECCHIOLI