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Siamo tutti sovranisti.

Quando vedi la verità fiorire sulle labbra dell’avversario, gioisci, perché è il segno della vittoria. L’aforisma è attribuito a Giorgio Almirante, e calza a pennello nell’attuale fase politica, in cui il dibattito sulla sovranità ha finalmente raggiunto il grande pubblico. Benvenuto di cuore, dunque, a chiunque intenda partecipare alla battaglia per restituire all’Italia la sovranità politica, economica, finanziaria, nazionale e popolare. Il Fronte Nazionale, poi, è nato con l’intento di favorire la nascita di un arcipelago di forze di orientamento distinto, ma che condividano un obiettivo comune. Il benvenuto si estende quindi anche agli ultimi arrivati, in ordine di tempo, sul bastione sovranista ed identitario, ovvero al Movimento Nazionale per la Sovranità di Alemanno, Menia e Storace. Epperò, qualche osservazione va pur fatta, qualche sassolino va tolto dalle scarpe. Il primo riguarda l’ostentata collocazione della nuova forza politica, nel centrodestra a trazione berlusconiana, rappresentandone l’anima “di destra”. Abbiamo più volte manifestato il nostro fastidio per le etichette: vanno benissimo sui barattoli esposti al supermercato, significano pochissimo nella realtà del 2017. Siamo oltre la destra e la sinistra, categorie del passato. Nessun disagio, naturalmente, se altri intendono occupare quello spazio, ma serve davvero all’Italia, o non è il controcanto all’altra metà del cielo, quello che, solo pochi giorni fa, è sfilato davanti alle telecamere al canto di Bandiera Rossa? Destra e sinistra, ma nel sistema e del sistema. Del resto, il Presidente della Repubblica ha trasmesso il suo applaudito messaggio al congresso del MNS.  Non si scomoda per tutti, il Quirinale, e certamente non per chi sentisse davvero avversario. La destra e la sinistra unite hanno consegnato l’Italia ai banchieri, alle oligarchie dell’Unione Europea, alla funzione di camerieri della Nato e dell’imperialismo statunitense. Hanno votato, tutti insieme appassionatamente, per il famigerato Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), hanno condiviso il Patto di Stabilità e la vergogna del pareggio di bilancio in Costituzione. Con lodevoli eccezioni a destra, questo è vero, ma la destra italiana è stata, nell’ultimo ventennio, tutt’altro che nazionale e ben poco sociale, come ambiva ad essere e come la parte migliore della sua storia avrebbe dovuto imporre. Qualcuno dei nuovi sovranisti, sul piano personale, ha condiviso tutto, ma proprio tutto con Fini, del percorso che dal 1994, passando per Fiuggi, si è concluso con la botta elettorale del 2013, persino l’appoggio entusiasta a Monti ed al commissariamento inglorioso dell’Italia iniziato nel 2011 con il rovesciamento di Berlusconi, ma preparato nelle segrete stanze sin dal 2009, con Gianfranco Fini coniugato Tulliani telecomandato da Giorgio Napolitano. Altri maledicono il giorno in cui venne sciolta Alleanza nazionale, ma quel partito nacque per rinnegare mezzo secolo e diventare liberali, o conservatori, saldamente entro una cornice che era ed è quella del mercatismo, della cessione all’Europa ed alle entità finanziarie di tutti i poteri dello Stato nazionale. Il XX secolo è finito da oltre quindici anni, non è tempo di erigere vecchissimi steccati o di rinfacciarci a vicenda le rispettive scelte. Forse però qualcuno dovrebbe ammettere di avere sbagliato, di avere percorso itinerari che, inevitabilmente, avrebbero condotto alla situazione attuale. No, troppi continuano ad impartire lezioni senza abbandonare la scena, o un suo pezzetto, come diceva Beppe Niccolai.  Gianni Alemanno arriva a riprendere l’idea di sfondamento a sinistra, largamente irrisa dai meno giovani tra i suoi nuovi compagni di strada, cara al suo defunto suocero Pino Rauti, da cui si divise politicamente nel lontano 1995, ed ha ragione. Solo recuperando consensi sul versante degli sconfitti della globalizzazione, dei figli sanguinanti della macelleria sociale, delle vittime del precariato e dall’immigrazione sostitutiva si può vincere la battaglia. Ma non per consegnare le chiavi di casa all’altro pezzo del sistema, quello legato al popolarismo ed al liberalismo ideologico, entrambi servi di scena del globalitarismo.  E poi, è ben difficile essere creduti, quando si è stati protagonisti di governi che non hanno fatto meglio, in termini di politica sociale, dei loro antagonisti di centrosinistra. Sul piano della sovranità, poi, e della dignità nazionale, paghiamo il conto salato delle missioni “umanitarie” e delle guerre in conto terzi, e non un passo è stato fatto per discutere quei trattati europei e quelle istituzioni transnazionali che ci hanno espropriato, uno dopo l’altro, tutti i poteri che il diritto naturale, quello internazionale e la Costituzione assegnano al popolo italiano. La destra e la sinistra sono il problema, non la soluzione. Cavalcare l’onda sovranista non sia quindi, una nuova, stucchevole puntata della sempiterna pesca delle occasioni, quella che il rimpianto Beppe Niccolai imputava al vecchio Movimento Sociale. Soprattutto, non diventi il jolly estratto dal mazzo di carte da chi è precipitato nel cono d’ombra della politica. Dobbiamo salvare l’Italia, e sarà difficilissimo, non le carriere di qualche vecchia gloria della destra piena di aggettivi: nazionale, popolare, sociale. Tutti messi lì per nascondere i fatti: la subordinazione al mercato misura di tutte le cose, alle oligarchie transnazionali ed a tutto ciò che soffoca ogni giorno la sovranità del nostro popolo.  Tolti i sassolini dalle scarpe, messe in chiaro alcune cose che bruciano dentro, tuttavia, buon lavoro a tutti coloro che vogliono battersi davvero per l’identità, la giustizia sociale, la sovranità nazionale e popolare. Ci sarà da fare, per tutti.
 
Roberto PECCHIOLI