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Binario unico verso il nulla.

Nell’inverno del mio ultimo anno di liceo, un’eccezionale nevicata colpì anche la riviera ligure. A scuola andammo in pochi, e molte furono le assenze anche tra gli insegnanti. Il nostro prof. di latino e greco era un piemontese magro e nervoso, ex ufficiale degli alpini, reduce di Russia. Solitario, aveva conseguito cinque lauree in discipline diverse. Entrò in classe vestito come un montanaro  dell’Ottocento, gettò uno sguardo di fuoco sui molti banchi vuoti e scandì, con quell’accento alla Erminio Macario, che il proprio dovere si fa soprattutto quando è difficile e costa sacrificio. “Voi dovete essere qui perché gli esami incombono, io perché sono il vostro insegnante “, proclamò che gli assenti hanno sempre torto e fece lezione . Questo piccolo aneddoto dell’adolescenza mi è tornato in mente dinanzi al terribile scontro dei treni in Puglia.

Politici e giornalisti ci assordano con la storia del binario unico, e di come la regione ne avesse in programma il raddoppio, finanziato con fondi europei. Si commuovono dinanzi alla coda per donare il sangue, perché ormai stupisce che qualcuno, sotto il sole di luglio, decida fare qualcosa per gli altri. Una volta di più, non sono d’accordo con il coro assordante di questi giorni. La mia chiave di giudizio degli eventi, e di altri fatti recenti è diversa, ed attiene alla categoria della decadenza, anzi del progressivo disfacimento in corso in quest’angolo di mondo. Premesso infatti che gli errori umani esistono e devono essere messi in conto, la mia lettura, da vecchio viaggiatore pendolare, ostaggio quotidiano di Trenitalia, e da funzionario direttivo di una pubblica amministrazione, è quella della perdita del senso di responsabilità, di quello che in un passato buio chiamavano “senso del dovere”, del gusto e dell’onore di svolgere bene il proprio compito, qualunque fosse. Io preferisco una brava  donna delle pulizie a migliaia di pessimi insegnanti, indifferenti che attendono la campanella e la graduatoria di trasferimento sotto casa, ad impiegati fancazzisti, a raccomandati di tutte le bandiere, leccapiedi dalle papille gustative indurite dall’uso, cretini istruiti, spocchiosi laureati nelle più stravaganti discipline inventate dal sistema universitario nazionale, dirigenti irresponsabili e superpagati, esponenti politici ed istituzionali la cui principale funzione è pavoneggiarsi ed approfittare dei privilegi connessi.  Tra Andria e Corato hanno “dimenticato” di fermare un treno , e la conseguenza è la tragedia che stiamo vivendo. A Bari hanno dimenticato di spendere i fondi europei per disaccordi tra Stato e Regione, e il bando di gara ha subito opportuni rinvii, che probabilmente serviranno a destinare delle somme alle “spese varie”, ad interessi passivi e a chissà quante altre voci a piè di lista , escogitate, pardon, debitamente autorizzate dalle autorità con le procedure d’urgenza che, stranamente, vengono attivate quando interessa. Altrimenti, lunghe riunioni dei mille enti interessati a dare autorizzazioni le più disparate, conferenza di servizi, altre diavolerie molto legali che frenano, bloccano, vietano. Pare sia la “legge di Parkinson” sulla moltiplicazione burocratica imposta dalla stessa burocrazia. Giorgio Gaber cantava, forse mezzo secolo fa, “il gatto si morde la coda…. e non sa che la coda è sua. “ L’esito pratico di un paese organizzato in questo modo è che nessuno fa più quello per cui è pagato. I capistazione , o i dirigenti del movimento ferroviario, dovrebbero sapere che la responsabilità delle vite di chi viaggia è nelle loro mani, e si presume che conoscano a menadito gli orari dei convogli, e si insospettiscano se una telefonata non avviene, intervengano bloccando il traffico in caso di dubbio, mettendo in conto le proteste dei viaggiatori in ritardo e le osservazioni degli immancabili “superiori”. Se non se la sentono, chiedano il trasferimento a mansioni più semplici, o cambino mestiere.  Intanto, in un altro comune, stavolta nel napoletano, oltre venti impiegati sono stati colti con le mani nel sacco, a timbrare il cartellino per altri e poi sparire. Uno di loro si copriva il capo con un cartone per non essere riconosciuto dai sistemi di sorveglianza. Non voglio fare facile ironia sulla sua inventiva napoletanità, tenuto conto del vigile sanremese che timbrava in mutande o del suo collega maestro di canottaggio in orario di lavoro.  Del resto, rammento casi di medici in servizio sul campo da tennis e persino, qualche anno fa, un’impiegata ministeriale che entrava in servizio, timbrava e poi usciva a svolgere la professione più antica del mondo, coperta da un collega cui , presumo, pagava il disturbo in natura .  Tutto si tiene, questa è l’Italia, maestra, subito dopo ogni disastro , a trarre dal cappello le solite frasi fatte, tipo tragedia annunciata, ed a allestire interminabili processi mediatici  su cui campano opinionisti a tariffa , moralisti dal ciglio alzato, attrici in disarmo riconvertite in pensose intellettuali, con provvidenziale interruzione per la pubblicità “tassativa”. E’ l’Italia, amici, uno strano luogo incantato in cui , da un minuto all’altro, si passa dal lassismo più sconcertante al rigore prussiano, e sempre da parte delle stesse persone: Ciccioline a mezzogiorno, Sante Maria Goretti all’una.  Volete un esempio ? In questi giorni è entrata in vigore una normativa restrittiva sulle timbrature dei pubblici dipendenti, dopo decenni di incuria, mancati controlli, vigilanza zero da parte della numerosissima casta dei dirigenti e dei capi. Ebbene, si moltiplicano le riunioni “operative”, i “tavoli tecnici”, qualsiasi cosa significhino tali criptiche espressioni, volte a dare attuazione alle nuove disposizioni. Parole in libertà , casistiche disparate, eccezioni, oppure riesumata la vecchia formula“ ogni eccezione rimossa”, consultazioni febbrili. E si parla, molto semplicemente, del fatto che si deve timbrare all’entrata ed all’uscita, per servizio o per fine lavoro. Italia….. “Italia mia, benché il parlar sia indarno”. Lo sapeva già Francesco Petrarca nel Trecento….Ora, di irresponsabilità in irresponsabilità, la formazione culturale è scadente, le scuole sfornano diplomati, le università laureati, ma il livello è mediamente imbarazzante. I docenti non sono neppure lontani parenti dei loro predecessori. Quanto alla formazione civile, basata sul vietato vietare, il predominio dei diritti e la prevalenza della ragione individuale, non può che produrre generazioni pigre, litigiose, incapaci di costanza, impegno, dedizione. Sul piano etico o morale, i modelli sono i “vincenti”, quelli che hanno successo in quanto belli, o astuti, o fortunati. Chi dà valore all’impegno quotidiano, al lavoro silenzioso e ben fatto, alla fatica di imparare, ai tempi lunghi ?  Si dice , ed è vero, che fa più rumore un albero che cade rispetto ad una foresta che cresce, ma il fatto è che qui si abbattono le foreste e nessuno pianta alberi. In Arabia, i contadini piantano alberi di dattero per i nipoti, da noi i meravigliosi uliveti che circondano la maledetta ferrovia pugliese non sarebbero mai stati messi a dimora in questo nostro tempo in cui si vuole tutto, e subito, anzi, in tempo reale. Il capitano di lungo corso Francesco Schettino è l’icona di questa pessima Italia, sciatta , sudata , eternamente in vacanza in braghette ed infradito. Mentre mandava a picco una nave da 500 milioni di euro, carica di passeggeri e di marinai, si divertiva con una giovane moldava , poi si metteva rapidamente in salvo e, a processo, puntava il dito sui subalterni. Un vero italiano della nostra epoca. Il rimpallo delle responsabilità, del resto, è il più diffuso sport nazionale, praticato soprattutto da coloro che, pomposamente, si considerano classe dirigente, salvo dirigere l’accusa all’ultimo anello della catena di comando. Così capita a tutti i livelli,  non farà eccezione il conte Pasquini, parente degli Agnelli, proprietario della ferrovia barese e, a cascata, finirà che i treni si sono scontrati per errori dei passeggeri. Il pesce puzza sempre dalla testa, e gli esempi forniti da politici, banchieri, intellettuali, imprenditori sono quelli che vediamo: corruzione, scarsa o nessuna qualità, guerre intestine, scamarille. Il popolo si adegua, o, come scrisse Marcello Veneziani, pratica il vizio con lo stesso spirito annoiato e di routine con cui, prima , si adeguava alle virtù predicate dal potere. Forse proprio qui sta il punto: da quando vige il divieto di distinguere ( discriminare…) il bene dal male, di affermare principi o vietare comportamenti, e ciascuno ha facoltà, anzi diritto assoluto di fare quello che gli pare, poiché questo è il nuovo significato della parola libertà, tutti perseguono il tornaconto personale, l’interesse immediato, l’utile più bieco e materiale. Wolfgang Goethe scriveva che “vivere a proprio gusto è da plebeo; il nobile aspira ad un ordine ed a una legge”.  Plebe. Non vi è altra definizione per il cittadino medio italiano di oggi, plebe desiderante in quanto vuole, fortissimamente vuole, consumare. Plebe irresponsabile ed egoista, che non fa nulla per gli altri, non è mai responsabile di qualcosa, ladri, disonesti, corrotti , incapaci sono sempre gli altri.  Tra le innumerevoli notizie da cui siamo bombardati ogni giorno apprendiamo che in un paese della Calabria nessuno paga le tasse perché le case non sono accatastate e non c’è anagrafe tributaria. Acqua, tassa sui rifiuti , IMU ed altro a carico degli altri contribuenti italiani, poiché, ammoniva Milton Friedman, non esistono pasti gratis, il conto lo paga sempre qualcuno. Il Comune è sciolto per mafia, pare di capire che amministratori comunali e dirigenti non si siano mai presi la briga ( la responsabilità) di segnalare, non diciamo risolvere il problema. A proposito di mafia, è morto Bernardo Provenzano, quello dei pizzini. Vecchio e malato, lo Stato italiano ha dimostrato di non essere tanto migliore di lui, lasciandolo morente al regime carcerario duro del cosiddetto articolo 41 bis, impedendo le visite dei familiari all’ospedale milanese dove ha consumato i suoi ultimi giorni. Adesso, vietano il suo funerale in chiesa, per “motivi di ordine pubblico”. Premesso che tale motivazione desta sempre la più viva ilarità in qualunque italiano minimamente informato di come vanno le cose nel Bel Paese, non è proibendo funerali o benedizioni che si combatte la mafia. Che eroi, i servitori dello Stato che combattono i morti ! Assomigliano sinistramente a Cleonte, il re di Tebe che gettò fuori dalle mura il corpo di Polinice, che poi la sorella Antigone andò a recuperare per dargli sepoltura. Sofocle scriveva l’immortale tragedia circa duemilacinquecento anni fa, una certa Italia vive di una stupida barbarie vendicativa, insieme ad un’altra enorme parte che , al contrario, sguazza nel permissivismo e nell’ illegalità tanto diffusa da non essere neppure considerata tale.  Questo è il paradiso dei furbi e l’inferno dei fessi, che sarebbero i normali, quelli che non vogliono approfittare e che fanno tutti i giorni il loro dovere con umiltà e competenza. Nel vasto mondo delle pubbliche amministrazioni, ad esempio, sono tantissimi quelli che non fuggono dopo aver timbrato il badge, svolgono le pratiche, si mettono a disposizione. Raramente, tuttavia, diventano dirigenti , pagati più o meno come quelli del settore privato, ma semi irresponsabili, inamovibili, destinatari di rilevanti premi annuali per misteriose motivazioni sugli “obiettivi”. Negli uffici non operativi, quelli che adesso si chiamano di back office ( oh. l’english burocratico di imitazione…) , spesso ogni tre, quattro impiegati c’è un capetto/a che ottiene premi. Gli altri lavorano, mentre negli uffici al pubblico ( questi si chiamano front office !) ci sono meno dirigenti e più lavoro da sbrigare. Quindi meno premi; sarà una bizzarra ridistribuzione del reddito, o la banalizzazione del concetto espresso da Warren Buffett, il super magnate americano: “C’è stata una lotta di classe, e l’abbiamo vinta noi ricchi”.  Perché dunque stupirsi  dell’inefficienza , dell’ignoranza diffusa, della trascuratezza professionale, del fatto che poi, alla fine, si scontrano i treni, non si soccorrono i malati, non si firmano le autorizzazioni necessarie per qualsiasi minuta operazione quotidiana delle persone e delle imprese , spesso non si riescono neppure ad ottenere le informazioni più banali ? Restando alle ferrovie, nella mia città, che ha seicentomila abitanti ed è un polo turistico, le biglietterie aperte in stazione sono in genere due, con quale soddisfazione dei viaggiatori è facile immaginare. In compenso, sui treni regionali , ogni minuto l’altoparlante enuncia divieti vari, tra i quali quello di scendere dal treno in corsa, ma raramente il personale effettua controlli sui biglietti, anzi, nella lingua di legno dei trasporti, sui titoli di viaggio.  Meglio così, forse, poiché dare una multa a qualche anziano che ha dimenticato la vidimazione è immensamente più semplice che farsi mostrare il biglietto dai tanti brutti ceffi  con piedi sui seggiolini. “Benché il parlar sia indarno…”, che cosa volete che sia, il biglietto non pagato, di fronte ai banchieri che rovinano i clienti e danno miliardi senza garanzia ( i collaterali) agli amiconi. Si dice che le “sofferenze” bancarie, gentile eufemismo per descrivere i soldi che non verranno restituiti, siano almeno il doppio dei duecento miliardi ( miliardi, sì’)  già accertati. Che fare? Ci penserà l’Europa, che ci grazierà perché in Germania stanno anche peggio, con tutti i “derivati” in pancia ai giganti del credito renano. La “grazia”, poi consiste nel fatto che pagherà, in qualche modo, lo Stato, dopo aver applicato l’esproprio finanzcapitalistico a danno di obbligazionisti e clienti, che chiamano bail in per non far capire di che si tratti. Pensate che , pur di preparare il popolo contribuente alla stangata, il presidente dei banchieri, Patuelli, in gioventù esponente del Partito Liberale, è arrivato a dire la verità, ossia che il bail in è incostituzionale . Voleva dire insufficiente allo scopo, ma i banchieri usano un linguaggio felpato come le poltrone su cui si accomodano . Dov’erano i responsabili, chi ha accordato i finanziamenti, chi non ha vigilato, all’interno delle banche o in Bankitalia, sorvegliante di se stessa ?  Sempre il solito problema, quel principio di responsabilità personale, di fare bene il proprio lavoro, che è svanito ma che viene preteso da chi è più in basso nella scala sociale e professionale. Perché proprio quei capistazione dovevano preoccuparsi per una telefonata in ritardo, magari manca la rete, non c’è campo, come si dice, se tutti  gli altri ignorano il loro compito, ridono alla parola dovere, si rianimano solo all’ora di uscita o il venerdì pomeriggio, quando inizia il benedetto, sacro fine settimana , anzi week-end?  Il grande dramma italiano fu ben descritto, proprio attraverso una metafora ferroviaria, da Massimo Fini nel libro “Sudditi”. Siamo come un treno che corre a tutta velocità senza macchinista sapendo che il binario sta per finire, e che oltre c’è un burrone.  Con allegria di naufraghi, indifferenza di schiavi, ottusità di greggi, percorriamo a gran velocità , in prima classe, con ogni comfort, un binario unico. Ad Andria come a Trieste o Roma, quell’unico binario corre verso il nulla. Lo raggiungeremo  in fretta.

Roberto Pecchioli