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L'omosessuale dissidente

La legge Cirinnà è l'ennesimo cenacolo di insensatezza all'italiana, reso tale, opportunamente, sempre per non parlare mai delle vere questioni importanti e quindi spendere parole inutili su tutto il resto; per celare sempre le implicazioni e trattare solo della cause manifeste, invero, sempre le meno interessanti. Chi dovrebbe parlare nel dettaglio della legge, soffermandosi sui tecnicismi, non può farlo perché il popolo non capisce la logica con cui si costruisce una legge; chi dovrebbe parlare delle ragioni della legge, e quindi del clima socio-culturale (in questo caso) che ha stimolato il legislatore alla sua produzione, non è posto in condizioni di farlo poiché “non tutti sono laureati in antropologia, filosofia o sociologia”. In poche parole è necessario parlare di ciò che riempie la bocca del popolo senza aggiungere nulla, in un meccanismo oculatissimo di omissione per il quale il fulcro del problema viene evitato con grande discrezionalità o viene mascherato con altre forme, le più accattivanti fra le quali sono di sicuro “questione politica”, “progresso di civiltà”, “allineamento con gli altri grandi stati d'Europa”. Non desidero oltre criticare il grande, enorme, problema dell'informazione italiana, poiché ritengo che non sia affatto solo italiana, ma tutt'al più globale, laddove si vuole fingere di non capire che quotidiani e televisione sono insufficienti alla comprensione ma soprattutto all'esplicazione di problemi complessi, uno fra i tanti, per esempio, le unioni civili. Il problema è tuttavia risolto facilissimamente, maggiormente in Italia bisogna dire, dove la metà della popolazione è composta di analfabeti funzionali (che non è un insulto, ma una tragica verità osservativa) e dove quella parte di intellighenzia non allineata (solitamente quella libera di pensare ciò che vuole) viene lasciata nell'oscurità e nell'anonimato delle librerie (e figuriamoci delle biblioteche) dove le ricette di Benedetta Parodi la fanno da padrone. La legge Cirinnà, che ha avuto il pregio di consegnare tanta immeritata notorietà a qualcuno che il paese fino a ieri poteva tranquillamente ignorare senza sprofondare nella più paventata anomia durkheimiana, non è altro che un epifenomeno poco importante, e invero neppure così radicale come viene presentato, di una questione molto più cruciale che attiene ad un cambiamento senza precedenti della percezione che l'umanità occidentale ha acquisito del genere sessuale e della sua autorappresentazione. Non sorprende, pertanto, che di un tale mastodontico processo l'unica cosa a fare capolino sia la legge Cirinnà, che se non con questo nome avrebbe ugualmente fatto la sua comparsa con un altro. Si poneva quindi come evento inevitabile? Certo che sì, ma non per questo obiettivamente necessario. Ma andiamo con ordine. L'istituzionalizzazione giuridica delle coppie omosessuali (perché sono queste le reali beneficiarie delle legge, e non certo le coppie di fatto eterosessuali la cui forza sociale non avrebbe mosso un sassolino) è l'ultimo atto, invero, di una storia molto triste rappresentata dal problema, o meglio dalla percezione di esso come tale, dell'omosessualità maschile nell'Occidente cristiano e maschilista. Non parlo dell'omosessualità solo al maschile per prendere posizioni forti e anticonformiste, ma semplicemente perché il problema dell'omosessualità è solo maschile, così come la masturbazione è sempre stato un tabù morale eminentemente maschile. L'universo femminile è sempre stato escluso, così come in tanti ambiti, da non risultare rilevante neppure in ambito sessuale. Non è un caso se l'omosessualità femminile inizia a battere i piedi nel mondo nel '68 e non prima. Che due donne possano condividere la vita, l'abitazione, le spese e la cura di un'eventuale prole è qualcosa che, Cirinnà o non Cirinnà, accade dalla notte dei tempi, quando gli uomini andavano in guerra e le donne rimanevano a casa. E' qualcosa che esiste già, ed infatti, come prevedibile, la possibilità per una coppia di lesbiche di vedersi concessa l'adozione di un bambino è assai facilitata. In una cultura, la nostra, che ha sviluppato una divisione dei compiti in base al genere così manichea, e che tuttora resiste, per un magistrato affidare la custodia di un minore a due “mamme” è la scelta che sicuramente lo manda a letto più tranquillo e con la coscienza più pulita, anziché affidarlo a due uomini, per antonomasia rudi, imbranati, poco sensibili, disorganizzati, senza istinto materno (per ovvie ragioni di continenza). Non a caso il grande scontro è proprio su quest'ultima eventualità, perché sulla prima nessuno ha mai aperto bocca.  Si tratta, indubbiamente, al di là di ogni tentativo di adulterazione o sofisticazione del problema, di una questione prettamente culturale. L'ambito giuridico, se c'entra, partecipa a questo problema in un altro senso, ovverosia in quella direzione che vuole trasformare il “diritto a” in una dittatura della piazza, a cui i politici, pur di raccogliere consensi, si mostrano condiscendenti, anziché mostrare il cipiglio della razionalità e della moderazione. C'è chi dice che “la legge Cirinnà è una minaccia alla famiglia tradizionale”. Quest'ultima frase, se soppesata meglio, anche senza aver letto la Retorica di Aristotele, si può facilmente considerare di per sé contraddittoria: esiste una sola famiglia, ne è sempre esistita una e domani, se un cataclisma o un conflitto apocalittico dovessero sconvolgere lo stato di ozio e idiozia in cui bivacca la società occidentale, riportandoci ad uno stato di natura, ne esisterà sempre una. Non esiste pertanto alcuna famiglia tradizionale, ma di sicuro esiste la minaccia, che non consiste affatto nell'omosessualità in sé, anche perché, osservandola meglio, tale condizione, per limiti oggettivi ai quali l'uomo sta pericolosamente cercando di porre alternativa, non può che surrogare in modo grottesco la funzione per eccellenza della famiglia: ossia la continuazione della specie. Il problema è talmente culturale, e sempre meno giuridico, che una delle più frequenti argomentazione in favore della legge sulle unioni civili è che, cito genericamente: “consentiranno, finalmente, l'emancipazione della condizione omosessuale da marginale e reietta a paritaria e partecipativa nella società civile”. Anche ammettendo che ciò sia vero (e più che senso civico, per ammetterlo, occorrerebbe un'immaginazione davvero fervida) risulta difficile da credere che una legge si possa fare carico di un simile progresso, dal momento che questo progresso non può che avvenire culturalmente, e non certo in un'aula di tribunale o davanti al vice sindaco con le fedi al dito. Orde di analfabeti, che in vita loro non hanno mai aperto un libro, figuriamoci quelli di filosofia, e che hanno sguazzato nell'impunità e nell'elevazione dell'ignoranza a valore nazionalpopolare del '68, si riversano nelle piazze sotto bandiere arcobaleno citando le uniche nozioni di storia mai apprese: ossia che anche Alessandro Magno e Giulio Cesare avevano rapporti omosessuali abituali, e che, udite udite, anche fra gli animali, che infatti come noi hanno sviluppato una cultura, un linguaggio, una logica e un metodo scientifico-matematico, esistono rapporti omosessuali. E con queste affermazioni, di sconcertante banalità, urlano e strepitano in nome dell'uguaglianza e dell'amore. Può davvero una legge risollevare l'umanità da un simile ludibrio? No, è palesemente insufficiente. Stavolta non c'è fionda che Davide possa usare per abbattere Golia. Forse per deformazione professionale, forse per amore della storia del pensiero umano, trovo inevitabile ricomporre l'inconsistenza del dibattito odierno sulle unioni civili partendo dal principio: la famiglia. Oggi, rassicurati, ammaliati e soprattutto storditi dalla percezione che abbiamo della nostra realtà sociale, crediamo che questa sia la migliore delle possibili, sicuramente rispetto a quelle passate, dove “soprusi, violenze, ignoranza, stenti, inquisizioni e superstizione” rendevano la vita indegna di essere vissuta. Siamo convinti, non solo che tutte queste brutture siano sparite, ma che il valore massimo che ha salvato tutto sia stato l'amore, l'affetto, ingrediente fondamentale della famiglia. Falso. Sarebbe necessario che qualche persona seria fosse interpellata e fosse autorizzata a dirci, o nel migliore dei casi ricordarci, che la famiglia ha cominciato a conoscere l'amore solo recentissimamente, e che in tutti questi secoli in cui l'umanità si è perpetuata l'amore non è stato sicuramente la forza principale di propulsione della sua salvezza. La famiglia è universale, e questo è un dato di fatto, non uno spot pubblicitario; in tutte le civiltà, in tutte le società, in tutte le culture, la famiglia è il fondamento sempre necessario, la base imprescindibile della vita collettiva, poiché si è sviluppata su tre scenari assolutamente inamovibili: quello biologico, quello economico e quello politico. La famiglia si è organizzata su criteri di continuità e parentela basati sulla consanguineità che, in tutto il mondo tranne rarissimi casi, ha impedito l'incesto etichettandola come pratica immonda; lo scenario biologico si è avvicendato a quello economico in quanto la famiglia è diventato il mezzo naturale per la trasmissione e la conservazione del patrimonio identificando, come regola generale, nella donna un mezzo di trasferimento dei beni da un nucleo familiare all'altro. Entrambi gli scenari si sono poi inseriti in quello politico poiché la famiglia divenne il centro per l'amministrazione del potere e della sua legittima perpetuazione tramite la prole. Dopo tutto questo, sì, arriva l'amore, al termine del XVIII sec. con il Romanticismo, e solo per chi se lo può permettere, perché l'amore costa caro. Se questo nuovo lusso spopola fra l'aristocrazia, le masse contadine devono aspettare per goderne almeno fino alla rivoluzione industriale, quando la famiglia patriarcale inizia a scricchiolare. Non a caso la legge, il codice civile in particolare, esplica il matrimonio come un rapporto sostanzialmente economico dove i coniugi sono tenuti al supporto e alla cura reciproca, nonché al mantenimento della prole, e in caso di decesso fa riferimento ai rapporti di parentela e consanguineità per la trasmissione del patrimonio, non certo al tasso di amore che c'era nell'aria quando i coniugi hanno trascorso assieme la prima notte di nozze. La legge (Dio la conservi sempre in gloria) e il suo governo si devono attenere a contingenze di carattere oggettivo. Ma ecco che si pone il dilemma: che cosa c'è di più oggettivo di migliaia di persone nelle piazze che chiedono un diritto? Quando il 5 Ottobre del 1789 tutte le “brave donne” di Parigi, stremate e snervate dalla crisi alimentare, decisero in barba all'Assemblea Nazionale di marciare su Versailles per chiedere il pane al Re, ecco che quando arrivarono sfondarono la cancellata, uccisero diverse decine di guardie reali e si misero a urlare “la reine au balcon”, ossia vogliamo vedere la Regina sul balcone. Quando la Regina, (e prima di lei il Re) si mostrarono, non dovettero dire neppure una parola, né tanto meno gettare dalla finestra un croissant, che tutti si misero a gridare “vive le Roi!”. Si erano dimenticati di avere fame? No, ma pur di calmare il popolo e fargli dimenticare quello che davvero dovrebbe volere, gli si concede ciò che crede di volere, e un popolo ignorante è per sua stessa natura volubile. Ci volle una bella strigliata di Marat per far inferocire le pescivendole parigine nuovamente, così da ottenere che il Re si trasferisse a Parigi. Ma qui si strumentalizzava il pane per far crollare la Monarchia (e non pare poco), oggi si strumentalizza la libertà dei costumi sessuali per far crollare cosa? Ai posteri l'ardua sentenza quando si tornerà a chiedere il pane, ma io sono convinto che il potere ha capito che un popolo affamato è un popolo ingestibile, non a caso sono state create le scuole pubbliche, sono state incentivate le società sportive, viene promosso il valore supremo della pace (e dell'amore), e il pane non viene fatto mancare (quasi) a nessuno. Insomma, Foucault dovrà pure averci insegnato qualcosa. Le cosiddette “comunità Lgbt” vogliono politicizzare una scelta che di politico non ha nulla; la sola idea che chi ha rapporti omosessuali si debba sentire un segmento della società così distinto da vedere tutto tramite le lenti della “lotta contro l'omofobia”, anche laddove questa dev'essere appositamente inventata, è semplicemente ridicolo. Ma è anche spaventoso, specie perché chi si scopre omosessuale, ed entra a far parte delle comunità lgbt, diventa promotore attivo di un'ideologia a tutti gli effetti, la quale ha un obiettivo da perseguire e dei nemici contro cui scontrarsi, ovvero la politica intollerante, la società omofoba e la Chiesa cattolica fanatica e intransigente. Individui di un'ignoranza spiazzante e con un senso civico prossimo allo zero si scoprono, tramite le comunità lgbt, animali politici pronti a scendere nelle piazze con le loro bandiere arcobaleno per abbattere “le grigie mura della conservazione”. Segmenti sociali che nella storia si sono battuti per l'uguaglianza avevano come obiettivo la fine della propria lotta, proprio perché questa avrebbe significato il trionfo della causa. Un movimento politico al contrario ha sempre bisogno dell'avversario anche quando trionfa, altrimenti muore. Le comunità lgbt non sono pertanto gli ostelli caritatevoli che accolgono gli emarginati, come si vorrebbe disegnarle, ma sono parte di un progetto politico ben delineato e veicolato che, tramite la lotta per questa tanto decantata “uguaglianza”, mira, di fatto, a distruggere i costumi e la moralità della nostra già sclerotica società per l'affermazione di un uomo che “può decidere tutto, anche il suo sesso, andare oltre gli stessi limiti della natura, poiché ognuno ha diritto ad essere ciò che desidera”. Chiunque non veda, di per sé, la profonda mostruosità di una simile affermazione, è inutile tentare di illustrargliela, poiché è già dall'altra parte della barricata. E si badi bene: siamo noi gli assediati, non loro. Si facciano ora le dovute differenze: gli estremisti dall'una e l'altra parte di questo surreale conflitto avranno sempre di che sbranarsi finché ci sarà il ragazzino minorenne che si suicida perché omosessuale e discriminato, così come finché ci sarà l'omosessuale promiscuo dei gay pride. Queste manifestazioni estreme, simbolo di un disagio reale che percorre le nostre società, non sono mai tuttavia sul tavolo delle negoziazioni, ma sono eventi strumentalizzati che aumentano la percezione di conflitto sociale laddove dovrebbe essere quest'ultimo il vero dramma da risolvere. Non sarà il ddl Cirinnà, percepita dalla gente già come una legge di categoria, a fermare i suicidi dei ragazzi che si sentono soli e discriminati nella loro condizione omosessuale, così come non saranno le unioni civili a far sentire le comunità lgbt più al sicuro. La tragica realtà di questi fenomeni viene astratta in nome di un certo “progresso civile” che in realtà è un disfacimento del tessuto sociale sempre più basato su un individualismo distruttivo e sregolato, che trova come unica autolegittimazione il consumo. L'adolescente in crisi per la sua condizione è tanto più vero quanto lo è quel pandemonio sommerso e notturno di cui le comunità lgbt non parlano mai, quell'inferno a luci blu delle dark room e della mercificazione del corpo maschile, della promiscuità più vomitevole e della spoliazione della virilità in favore di una asessuata effeminatezza, uno squallido feticcio ai limiti del patologico in cui il “vero maschio attivo” sottomette il “remissivo maschio passivo”. Parole forti? Sempre meno della cruda realtà dove queste situazioni sono all'ordine del giorno nella messaggistica dei cellulari di moltissimi adolescenti. Dobbiamo consapevolizzarci, una volta per tutte, che la subcultura che il mondo omosessuale ha sviluppato è fortemente feroce e sessualizzata, in quanto un universo chiuso e settario con una coscienza così infelice che è capace di produrre solo dolore, e nessun sentimento positivo. Di tutto ciò, beninteso, non si parla mai, e come logica conseguenza la reazione passa nelle mani di personaggi quali Adinolfi e i suoi panini. Nel 1990 fu combattuta e vinta l'ultima vera battaglia per gli omosessuali da un punto di vista giuridico e civile, ossia l'eliminazione dell'omosessualità dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM). E questa non fu una vittoria in nome di un diritto esclusivo che una categoria voleva avocare a sé battendo i piedi in piazza del popolo, ma fu un progresso di civiltà per tutta la società, che voleva reprimere un comportamento ritenuto eversivo etichettandolo come patologico. Dare dignità e pari diritti a chi era ingiustamente discriminato, costretto alla segretezza e alla clandestinità per non rischiare la perdita della libertà, nei casi più gravi, è stato un progresso a 360°. Non lo è, e non lo sarà, quello previsto dalle unioni civili. La battaglia è tutta culturale, e in gioco non c'è nessun orgoglio di essere qualcosa di diverso, bensì la libertà (quella vera) di essere se stessi senza essere additati per esserlo “troppo”. Il vero obiettivo è che nessuno si debba stupire, imbarazzare o sorprendere, domani mattina, nel sapere che ha dinnanzi una persona omosessuale, così come nessuno si stupisce di avere davanti una persona eterosessuale. Il bisogno cronico di aggettivare il proprio comportamento sessuale sottolinea che il problema, se esiste, è tutto sotto le lenzuola, e non nella sfera affettiva, non nella definizione dei limiti dell'amore, ammesso che ne abbia e siano identificabili. Persino per la Chiesa Cattolica (che, non essendo un'istituzione statale o con capacità di legiferare, viene da chiedersi come mai sia tanto presa in considerazione per le sue boutades) il problema è solo carnale, del sentimento non interessa un fico secco a nessuno; il potere si è reso conto che non può influire con le leggi e la morale su ciò che il singolo pensa nell'antro inespugnabile nella sua mente, lo si dovette ammettere nel 1598 con l'Editto di Nantes, con il quale si sancì la (già acquisita dalla notte dei tempi) libertà di coscienza. Poi arrivò la televisione con Barbara d'Urso, a correzione di questo scempio umanistico, da risolvere tramite lobotomizzazione senza tempo porre in mezzo. Se oggi si crede di poter combattere la discriminazione nei confronti dell'omosessualità tramite leggi sovrabbondanti rispetto alle già reali garanzie, ciò è sintomatico del fatto che chi si sente discriminato non conosce il vero diritto che lo dovrebbe garantire, e tramite l'ambito giuridico esige confermazioni ridondanti di ciò che l'ambito giuridico non potrà mai cambiare, ossia la sensibilità e il libero pensiero degli individui. Si invocano “leggi contro l'omofobia” come se fosse possibile dirimere facilmente quella sottile linea di demarcazione che esiste fra aggressione dell'individuo e aggressione di ciò che rappresenta. Se ci sarà un pestaggio ai danni di un ragazzo omosessuale si potranno accusare gli aggressori di averlo fatto “per motivi inerenti le sue preferenze sessuali”? Come si potrebbe negarlo o addirittura efficacemente dimostrarlo? E' così esasperato il desiderio di dimostrare che in pericolo è la categoria, e non il cittadino, che la deriva cui stiamo andando incontro senza accorgercene è l'immolazione della libertà generale per delle “libertà corporative”: quando gli omosessuali, quando le donne, quando le prostitute, quando i carcerati, quando i tossicopidendenti, quando gli immigrati, quando i rom. Tutti e nessuno, mai il cittadino. La verità, tristissima invero, è che la società sta diventando allergica allo Stato, alle sue regole, alle sue esigenze giuridiche, alla sua programmaticità, alla sua impersonalità, alla sua complessità. Popoli oramai convinti che il vero livello di benessere non si misura con l'efficienza dei propri apparati politici e amministrativi ma tramite l'ottimale circolazione delle merci, dei servizi e l'imposizione di quei diritti impersonali che debbono essere esportati ed etichettati a tutta l'umanità, non possono che essere insofferenti nei confronti della nobile istituzione dello Stato, a cui guardano come un distributore automatico di prestazioni per indigenti. Non a torto, visto che lo Stato sta cedendo sempre più la sua sovranità in favore di risoluzioni politiche, ma soprattutto economiche, internazionali. Quale considerazione può avere oggi l'istituto del matrimonio, così come tutti gli altri? Si vogliono le stesse garanzie ma senza sposarsi; si vogliono le stesse agevolazioni dei cittadini ma senza essere cittadini; si vogliono i servizi ma senza pagare le tasse. La solfa globalizzante e neoliberista, come una droga, sta facendo allucinare gli uomini per far loro credere che diritto è ciò che si reclama “tutti a gran voce”. No, diritto è ciò che è controbilanciato da un dovere. Uomo e donna possono avere tutte le garanzie che vogliono: esiste il matrimonio, si sposino. Non vogliono? Si mettano l'animo in pace, l'istituto che garantisce loro e le agevolazioni economiche per la prole esiste, lo Stato ha recitato la sua parte. Possiamo poi discutere quanto si vuole sull'opportunità di velocizzare i tempi burocratici necessari al divorzio, ma questo è un altro discorso. Chi è ostile al matrimonio lo è perché in esso vede un istituto, prima che giuridico, culturale, un tripudio di simboli tradizionali che oggi non sono più di moda. Tuttavia la verità, invero semplice, è che il matrimonio (che per la cronaca esiste in tutto il mondo ben prima che Cristo finisse in croce) è solo la firma di un contratto, che la legge prevede si debba stipulare alla presenza di un testimone per contraente e un ufficiale pubblico a darne validità. Fine. Chi rifiuta la tradizione, invece di chiedere le coppie di fatto strimpellando, potrebbe compiere questo gesto rivoluzionario e virile: fare una firma, in barba a fiori, banchetti, parenti e liste nuziali. Non mi sorprende affatto, debbo confessare, che il sogno infelice delle comunità lgbt sia il “matrimonio gay”, un surrogato di pessimo gusto dell'unica famiglia possibile tramite la quale l'uomo ha perpetuato se stesso nei secoli. Non è un problema da poco: la coppia omosessuale, creatura antropologica nuovissima, senza orientamenti o suggestioni cui aggrapparsi, per legittimarsi agli occhi della società e di se stessa emula gli stessi rituali della coppia eterosessuale, e addirittura i suoi atteggiamenti sessuali. Quante volte abbiamo sentito quella scomoda domanda, invero di squallore inenarrabile, dell'amico “tollerante ma curioso” che con falsa pudicizia chiede: “senti non per farmi gli affari tuoi, ma tu nella coppia con Caio, fai l'uomo o la donna?”. Questo bisogno cronico di adottare bambini, di trovare strade ai limiti del surreale per averne, non è forse un riflesso condizionato indotto dall'unica verità inoppugnabile? Due uomini non possono, per legge di natura, procreare. La vera sfida per le coppie omosessuali non sarà spiattellare i propri diritti in faccia agli omofobi, bensì saper sviluppare una propria autonomia antropologica, sapersi dare un'orizzonte di persistenza e sussistenza pacifica, trovare dei valori su cui fondare la propria affettività, ricercare una cura al complesso di inferiorità verso l'eterosessualità.
 
Francesco Stefano Girasoli