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Libera disinformazione

Un imprenditore del ramo oleario, uno di quelli che con pochi mezzi riesce ad esportare in Germania, America e Giappone , mi riferiva il suo stupore nel leggere sui giornali ed ascoltare alla TV tante sciocchezze e falsità sulla recente vicenda dei dazi sull’olio tunisino. Osservava , con la semplicità di chi lavora duramente e non ha tempo per le fumisterie della politica, che devono essere tante le falsità diffuse dai media, se ogni volta che egli è a conoscenza dei fatti trattati, rileva incongruenze, silenzi o autentiche manipolazioni. E’ davvero così, e l’informazione economica e finanziaria ne è prova lampante.  Chi ha la pazienza ( ed il tempo) di seguire le rassegne stampa giornaliere delle televisioni si convince di vivere in una nazione dissociata, forse schizofrenica. Iniziamo dalla grancassa che sta accompagnando i quattordici miliardi  di “flessibilità” sui conti pubblici graziosamente concessi all’Italia dalla Commissione UE, ovvero la differenza tra il famoso ( ed illogico) 3 per cento massimo del rapporto PIL / deficit pubblico ed il deficit reale. Dunque, già non si tratta di “concessione” o di splendida vittoria italiana in sede comunitaria, ma di denari nostri sui quali abbiamo già tirato abbondantemente la cinghia, come sanno lavoratori, imprenditori, disoccupati, pensionati . Inoltre, questi 14 miliardini dovremo scontarli il prossimo anno, quando il deficit non dovrà superare l’1,8 per cento. E poiché il famigerato PIL aumenterà di pochissimo, meno dell’1 per cento, il rapporto tra numeratore e denominatore , in un calcolo bizzarro, che unisce patate e cavoli ( il PIL è un flusso, il deficit uno stock)1   , saranno nuovi sacrifici imposti al nostro popolo , pare almeno 25 miliardi, oltre agli ulteriori 3 di quest’anno, di cui si tace. Che saranno mai, 5.700 miliardi delle vecchie lire, sulle robuste spalle italiche? E comunque, che soddisfazione non poter svolgere alcuna politica economica nazionale, poiché decidono due signori tanto simpatici, i commissari dell’Unione Moscovici e Dombrovskis. La verità è che non possiamo spendere i nostri soldi come ci aggrada, dunque la lotta politica è tanto rumore per nulla, giacché le chiavi della cassaforte stanno altrove. Per di più, anche se siamo stati diligenti nel fare i “compiti a casa”, come dicono con sfacciataggine le cronache del servilismo, i due tizi sopraccitati, ed il loro capo, quel Juncker , a lungo primo ministro del bunker bancario lussemburghese, non ci hanno permesso di sforare in modo più significativo sugli investimenti e persino sull’ accoglienza ai migranti.  Insomma , non solo è un piatto di lenticchie, come ha eccepito Brunetta, membro della “leale” opposizione di Sua Maestà, ma il costo del piatto e delle lenticchie è a carico nostro. Contemporaneamente, i superiori diretti del governo italiano, ovvero i commissari europei non eletti da alcuno, ci hanno invitato, con l’usuale cortese fermezza, a ripristinare la tassa sulla prima casa (IMU) ed a portare sino al 25 per cento l’IVA. Ne parlano poco i mezzi di informazione, tutti fedeli servitori delle varie caste ( cricche ?) di potere, ma si tratta di un ulteriore trasferimento di ricchezza da chi la produce con il sudore della fronte – noi tutti – ai detentori del cosiddetto debito, cioè il sistema bancario che ci presta a strozzo il denaro che non esiste(va). Quanto alla tassazione sulla casa, premesso che un conto è tassare le ville dei ricconi ed altro è pretendere altri soldi da milioni di piccoli proprietari che il tetto di proprietà lo hanno conquistato con fatica, non sarebbe male che ci facessero sapere quanto sborsano annualmente Santa Romana Chiesa , le banche, le assicurazioni e le fondazioni sugli immobili di proprietà, generalmente di pregio.  Silenzio, naturalmente. Intanto, gazzettieri di ogni ordine e grado cercano di convincere il popolo bue ed elettore che il carico fiscale è diminuito, sia pure di poco. Probabilmente sono diminuiti i redditi da tassare, ma le entrate tributarie, globalmente, salgono costantemente. La disinformazione , in questo campo, ha le gambe corte, poiché la gente ha mille difetti, ma un sacro rispetto per il proprio portafogli. Quanto all’IVA ed ai dazi all’importazione, che tanto incidono sui prezzi al consumo di beni e servizi, sappiano i contribuenti che essi vanno per intero ( i dazi, oggi chiamati “risorse proprie dell’Unione” ) , o in parte, l’IVA, agli amici europoidi.  Se ciascuno di noi riuscisse a calcolare quanto delle sue normali spese quotidiane è costituito da imposte, verificherebbe facilmente che la pressione fiscale è vicina ai due terzi. Un esempio semplicissimo è il costo della benzina, su cui gravano oltre 73 centesimi al litro di accisa, oltre all’IVA relativa– tassa sulla tassa – per quindi circa 90 centesimi che corrono veloci dalle parti del governo, che le usa innanzitutto per pagare gli interessi sul debito, in buona parte finto, alle banche. Quelle banche che , ci assicurano i membri della classe dirigente, sono solide e solvibili, come ben sanno gli obbligazionisti di Banca Etruria, gli azionisti della Popolare di Vicenza e di altri istituti, per tacere dello scandaloso affare Monte dei Paschi di Siena. L’importo delle cosiddette sofferenze bancarie, ovvero i crediti inesigibili, è un altro degli argomenti poco interessanti per il sistema mediatico, ma parliamo di almeno duecento miliardi di euro. Non importa, se crolla la banca, avremo il piacere di pagare noi stessi, anche se semplici correntisti : è legge europea, ed è quindi legge italiana. Si chiama “bail in” e le parole complicate, nella lingua anglotecnocratica, significano una cosa sola: fregature. Qualunquismo, populismo d’accatto, forse, ma non risulta che contro il bail in si siano scatenati opinionisti, politici, giornalisti, partiti di opposizione. Del pari, la vergogna del pareggio di bilancio inserita nella costituzione , a modifica dell’art. 81 ( i giuristi la chiamano “novella”) è passata sotto silenzio, nonostante i quattro passaggi parlamentari, e comunque solo tre o quattro onorevoli rappresentanti del popolo , cui, dicono appartiene la sovranità, hanno votato contro.  Il ministro Padoan, intanto, uomo forte del governo, ufficiale di collegamento e diretto rappresentante dell’oligarchia finanziaria e del potere “comunitario”, ci dice che le banche sono troppe. Hanno cambiato, sempre su ordine di Bruxelles, le regole delle banche popolari per abbattere il voto capitario ( uno vale uno, per intenderci) e mettere gli istituti nelle mani dei soliti noti. Adesso, con la complicità attiva dei governi, lorsignori si mangeranno in un boccone le piccole banche e le casse rurali. Tutto per il nostro bene di clienti, ovviamente , e, incidentalmente lasceranno a casa qualche migliaio di impiegati. Privatizzano tutto, il che significa che alcuni giganti comprano ogni cosa, mentre la piccola e media impresa e la libera iniziativa privata, di cui ci magnificano le virtù con la mano sul petto e le lacrime agli occhi, è negata nei fatti . Non se ne parla, non sta bene, potrebbe portare acqua al mulino dei “populisti”, i nuovi nemici pubblici indicati dagli oligarchi .  Si parla poco anche del debito pubblico, che continua a salire , alla data in cui scriviamo siamo oltre i duemiladuecentoquarantotto miliardi, e soprattutto non diminuisce il suo rapporto con il prodotto interno lordo, che è attorno al 130 per cento, ma per imperiale decreto europeo deve scendere fino al 60 per cento. Solo un mago potrebbe far diminuire il rapporto debito/PIL, se il primo cresce per evidenti motivi matematici , ed il secondo resta fermo, con la crisi che continua a mordere , i redditi modesti , nulla la crescita, (altra parola magica degli economisti accademici). Naturalmente, ci sono almeno due soluzioni: una è la guerra, che ha sempre aiutato grandemente i padroni dell’economia e della finanza, che infatti spesso prestano a tutte le parti in causa. L’altra è ripudiare il debito, o almeno parte di esso, in particolare quello più antico, su cui abbiamo abbondantemente ripagato l’investitore, valutando altresì la possibilità  di dichiarare “debito odioso” un’altra parte della sommetta che dovrebbe impegnare per almeno un secolo gli italiani a lavorare giorno e notte per alcuni colossi finanziari. Qualche nome? Black Rock, Goldman & Sachs, Citigroup, Vanguard, Wells Fargo, State Street Corporation.  I soliti, insomma, quelli che tengono a guinzaglio l’oligarchia europea ed a stipendio la classe politica.  Se poi fossero vere le teorie di non pochi osservatori , secondo cui le banche iscrivono a passivo la moneta legale che prestano allo Stato, creandola dal nulla, significherebbe che evadono circa 300 miliardi di euro annui ( miliardi, non noccioline).  Una cifra che , stranamente, coincide con l’importo dei mancati introiti che l’erario nazionale attribuisce al sistema tributario di detrazioni e deduzioni , cui vuol porre mano. Una somma colossale, che non sembra attribuibile alla detrazione delle spese sanitarie o agli interessi dei mutui immobiliari di noi semplici contribuenti . Chissà che non riguardi le grandi persone giuridiche, industrie, assicurazioni, banche, fondazioni ed altri benefattori dell’umanità.  Anche su questi temi, silenzio o disinformazione, ridicolizzazione degli oppositori, collaudata pratica liberale.  Siamo, al contrario, assai bene informati sui naufraghi dell’Isola dei famosi, e possiamo litigare tra noi  per stabilire se sono più corrotti i politici del PD, quelli di Forza Italia, o le “new entry” a Cinque Stelle. Né, ovviamente, esiste un minimo di dibattito sulla perdita di sovranità nei confronti delle istituzioni europee, che, ripetiamo, non sono state elette da nessuno, e che, tra pochi mesi, dopo aver concesso i 14 miliardi – nostri, lo ripeto- di spesa a Renzi, faranno i conti nelle nostre tasche e ci daranno la pagella. L’articolo 11 della costituzione è spesso citato, ma evidentemente non  altrettanto letto e capito dai buoni italioti, che rammentano il ripudio della guerra ivi formulato, ma trascurano che la sovranità non può essere ceduta , se non per ordinamenti che assicurino pace e giustizia tra i popoli.  Su questo punto, tuttavia, temo che menzogna e disinformazione facciano il paio con l’indifferenza del nostro popolo per la sovranità nazionale, la quale significa , molto semplicemente, comandare in casa propria. Un ulteriore tema su cui il silenzio è d’oro è quello della deflazione, anzi della disinflazione, come l’ha denominata pudicamente Mario Draghi nel suo rapporto annuale alla BCE. Deflazione è sinonimo di una vecchia frase : “Bambole, non c’è una lira”.  Per forza: da oltre trent’anni l’ideologia economica dominante all’interno dell’indiscutibile superstizione liberista è il monetarismo, dunque il controllo restrittivo del denaro circolante, per timore dell’inflazione e della propensione dei governi a spendere. La stessa imposizione agli Stati di praticare il pareggio di bilancio altro non è che la conseguenza  di tale costrutto ideologico. Neppure Milton Friedman, padre e maestro della teoria quantitativa della moneta, si era spinto a consigliare che il dominus dell’emissione fosse il sistema bancario. Il punto è che l’inflazione ( più moneta in circolazione) favorisce il debitore, e la deflazione il creditore, quindi il finanzcapitalismo trionfante. Siamo in deflazione, la conseguenza è la caduta della domanda aggregata , l’esito è la sovrapproduzione, i magazzini pieni di invenduto, i noli che crollano pur di “far girare” il sistema, il finale la disoccupazione massiccia. Come comincia a sostenere qualche economista libero, tutte le crisi sono crisi da deflazione: una certa inflazione aiuta i consumi, rimette in movimento l’economia , dà respiro ai mutuatari . Dirlo è politicamente scorretto, proporre una politica neo-keynesiana è vietato per costituzione: ordoliberismo, cioè un sistema giuridico costruito attorno alle concezioni economiche liberistiche. Altrettanto, si sorvola sulla circostanza che la Banca d’Italia sia privata in spregio della legge 262 del 2005, e che addirittura che i suoi azionisti principali , a partire da Unicredit e Intesa San Paolo, siano posseduti o controllati da soggetti stranieri.  Qualche tempo fa, qualcuno pose la questione della proprietà delle oltre duemiladuecento  tonnellate d’oro che l’Italia  , una delle maggiori riserve del mondo.  Dove si trovano davvero le 2.200 tonnellate di oro fisico (in un un’economia dove tutto è virtuale, tranne le rapine ai danni delle persone e delle piccole e medie imprese , l’oro vero, quello giallo luccicante si chiama oro fisico)? Dovrebbero trovarsi nei forzieri della Banca d’Italia, ma secondo alcune fonti parte della nostra riserva sarebbe stata trasferita in luogo “sicuro”. Londra, Fort Knox, il deposito di Zio Paperone ? E siamo certi che l’oro sia legalmente nostro, cioè del popolo italiano, o gli azionisti di Palazzo Koch possono rivendicarne la proprietà? Sono domande enormi, specie se un eventuale governo davvero nazionale volesse disporre dell’oro per qualsiasi motivazione di politica economica. Anche su questo, solo l’informazione alternativa pone domande ed alimenta un dibattito.  A proposito di inflazione, il nemico teologico dell’ordoliberismo , iscritto come nemico nello stesso Trattato di Maastricht, ingenuamente ci saremmo aspettati che venisse posta, da parte del clero regolare degli accademici o di quello secolare dei giornalisti, la domanda da un miliardo di dollari, ovvero perché il “quantitative easing” della Banca Centrale Europea non generi inflazione. Eppure sono migliaia di miliardi fiat  immessi nel sistema. Il fatto è che il denaro creato ex nihilo dai computer è rimasto nel sistema bancario, senza quindi aumentare la massa monetaria, tanto è vero che siamo in deflazione, anzi in disinflazione. L’effetto positivo è stato solo il calo dei tassi sull’acquisto di Buoni del Tesoro che le banche centrali realizzano sul mercato secondario. Un’ultima osservazione riguarda la disoccupazione ed il cosiddetto jobs act ( non esistono, evidentemente, vocabolari della lingua italiana a casa Renzi ). La disoccupazione aumenta , nei fatti, poiché i pur timidi decimali in diminuzione non tengono conto della massa, davvero sterminata, di chi si è tirato indietro, e non ricerca neppure più un’occupazione. Purtroppo, sono soprattutto giovani, e dell’Italia meridionale. Persino i dati ufficiali smentiscono l’ottimismo governativo , dei vertici di Bankitalia e della compagnia teatrale che recita da anni Il paese dei campanelli. Le assunzioni nei primi tre mesi dell’anno corrente sono scese di 176.000 unità ( - 13%) . La diminuzione riguarda le assunzioni a tempo indeterminato . Le stesse fonti ufficiali riferiscono che  il calo è da ricondurre alla fine degli effetti delle leggi sul lavoro ( il job act) ; però aumenta ogni mese il ricorso all’ignobile istituto del voucher, il pagamento di prestazioni precarie od occasionali , spesso poche decine di euro, con i buoni prepagati. Del resto, appare incredibile la pretesa di creare posti stabili solo agendo dal lato dell’offerta ( vantaggi ai datori di lavoro) , senza stimolare la domanda di beni e servizi , ad esempio con politiche fiscali meno opprimenti , che porterebbe ad assunzioni per ripresa dell’economia reale. TINA, there is no alternative, nel senso che non esiste, attualmente, un’alternativa ad un regime di finta democrazia dove il novantanove per cento dei giornali, delle televisioni, del mondo culturale ed universitario è schierato con il pensiero unico liberista, nelle sue declinazioni progressista, libertaria, radicale, moderata o conservatrice. Fare controinformazione, conquistare squarci di verità , ristabilire pezzi di libertà è il primo dovere dei ribelli, di quelli che credono, o almeno sperano, in un’alternativa. E’ la verità che rende liberi. 

ROBERTO PECCHIOLI