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Italia Repubblica fondata sulla apostasia

Per alcuni potrà sembrare un oltraggio alla Costituzione, per altri un fondamentalismo ideologico: poco importa. A noi interessa testimoniare la Verità, a costo di andare contro tutti e contro tutto, senza aspettarci alcun merito da questo mondo. La Costituzione della Repubblica Italiana cita all’ articolo 1 che “L’ Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro.” Oggigiorno niente di più falso. DI repubblica c’ è rimasta forse la forma, ma non l’ identità, in una unione di particolarismi locali sintomo di quella mancanza di coesione che sin dall’ inizio è stata una problema per i massoni che la hanno costituita; democratica non lo è più, perché dopo più di tre anni di governo illecito, auto elettosi tramite sotterfugi lobbistici e contro ogni volontà popolare, ovviamene ignorata; del lavoro meglio non parlarne, non c’è e quel poco che c’è funziona male, checché ne dicano i colletti bianchi della statistica parlamentare. Non è necessario spendere parole per criticare il nostro Belpaese, perché siamo tutti quanti tuttologi nella penisola e certamente non basterebbero queste poche righe per denigrare il nostro orticello in riva al mare d’ Europa, quindi non sarà questo l’ intento dell’ articolo. Il nostro obbiettivo è piuttosto criticare, con una denuncia forte e decisa, la deriva identitaria, ideologica, oserei dire ontologica di questa nazione. Ebbene, il titolo la dice tutta: l’ Italia è una repubblica fondata sulla apostasia. Apostasia dalle proprie radice romane e cristiane, fonte di ogni bellezza e ricchezza, apostasia dai propri costumi, che hanno fatto dello stivale del continente il polo sociale di secoli di storia, apostasia da quella cultura che ha dettato legge sapienziale fino all’ altro ieri, apostasia persino da quel minimo di buon senso che in qualsiasi società, anche primitiva, permette di vivere nella logica del bene comune.  Coloro che non amano la polemica costruttiva possono smettere di leggere qui. Non ci interessano i numeri, ci interessano i cuori. Sullo scenario italiano, proprio in questi giorni, ne abbiamo viste di tutti i colori…. dell’ arcobaleno! La approvazione, con un deplorevole escamotage parlamentare, del cosiddetto ddl Cirinnà per l’ introduzione delle unioni civili nell’ ordinamento giuridico italiano, equiparando questa nuova forma antropologica al matrimonio naturale, è l’ ennesima dimostrazione di uno squallido fallimento. Una legge anticostituzionale, come da più parti è stato dimostrato, approvata in maniera non democratica, contro ogni volontà popolare, infrangendo quel poco che è rimasto della convalescente certezza del diritto, cosa altro non può palesare se non che lo smarrimento della retta via di more et usus ? E quali saranno, adesso , i grandi traguardi, di così fondamentale importanza per l’ agenda politica, che grazie a questa legge verranno, forse, raggiunti? Il paese soffre la povertà, le pensioni non vengono erogate, la moneta non ha valore, i flussi migratori intra ed extra sono pressoché incontrollati, ci governa un esecutivo illecito che continua a fare quello che gli pare, la rabbia e il malcontento spingono le masse popolari a muoversi gli uni contro gli altri, ma dare matrimonio, figli e reversibilità dei conti agli omosessuali è indispensabile per risolvere la crisi del Paese.  È proprio vero che in Italia qualsiasi rivoluzione  si ferma non appena comincia la partita della Champions. Il grande guaio è vedere che questo assopimento vita-natural-durante della coscienza identitaria forse, un po’, ce lo meritiamo. Che la famiglia sia il nucleo essenziale di ogni società è dato di fatto assodato e confermato. Tutti i popoli del nostro continente hanno sempre messo la famiglia al centro dell’ apparato sociale, degli impegni politici, della costruzione stessa dell’ identità nazionale. È in famiglia che si costruisce il modus vivendi, che si apprendono le norme sociali e morali, si fa la prima esperienza di “società”, si fanno propri i costumi della cultura, si incarna l’ esperienza metafisica della identità personale e comunitaria del popolo cui si appartiene. E non dimentichiamoci la cosa più importante di tutti: in famiglia si impara l’ amore.  Non è questa la sede per fare una apologia della famiglia, nei suoi vari modelli, nella sua evoluzione e nel suo valore, ma semplicemente riteniamo importante soffermarsi a pensare per un momento all’ incommensurabile valore della famiglia, e quindi la necessità di difenderla da ogni attacco che la voglia disgregare. Oggi vediamo la nostra Italia pugnalare a viso aperto la famiglia, da un lato con una politica econ-omicida che costringe a sacrifici frustranti e a rinunciare ai grandi progetti, ai piaceri e ai sogni per l’obbligato favore a un welfare che contraddice il suo stesso motivo d’ esistere (quello di curare le politiche sociali e le questioni del bene comune), e dall’ altro lato, da pochi giorni, con la mefistofelica pretesa di elevare ad assioma di realtà una ideologia irrazionale che contraddice l’ ordine della naturalità biologica, affettiva e relazionale dell’ essere umano, che è uomo e donna, imponendo una legge che prevede un costrutto sociodinamico partorito per cesario da una tecnocrazia anti-umanista. Un paradosso puro. Tanto assurdo quanto pericoloso, perché, si capisce, minando la famiglia, si distrugge la società, questa nostra precisa società italiana. L’ equiparazione di un concetto contraddittorio che volutamente evade il principio di realtà per il capriccio ormonale di una minoranza lobbistica a “famiglia” è un peccato di materia grave, un errore dell’ evoluzione socio-politica della Nazione e, un giorno, l’ esecuzione di una condanna all’ annichilimento incontrollato di un popolo che ha smarrito sé stesso.  Fare apostasia delle tradizioni è, precisamente, rinnegare quei principi, valori, usi e costumi che fondano storicamente e sociologicamente il proprio popolo.  Sillogisticamente, dalla apostasia delle tradizioni, non può altro che derivare per necessità logica l’ apostasia della politica e della stessa identità individuale e nazionale.  Attenzione, però, non vogliamo fare del mero logicismo: la realtà ci permette di constatare quotidianamente il vuoto interiore e il buio all’ orizzonte. Ed è proprio a partire dalla nostra comune esperienza che speriamo di riuscire a fare riflettere molti sulla necessità di tornare al principio. L’ uomo postmoderno ha l’ imperante esigenza di tornare a guardarsi dentro, di conoscersi, riflettersi, narrarsi, relazionarsi autenticamente e metafisicamente. Ora, se la politica è veramente “prendersi cura della cosa comune” per “perseguire il bene comune”, è chiaro che essa è sia prodotto che producente della res publica, che gli uomini fanno la politica e la politica fa gli uomini, secondo quel circolo metodologico e pragmatico finalizzato al raggiungimento dello scopo. Sul serio? Apostasia della politica: l’ abbiamo sotto gli occhi, è innegabile. “Un governo che non persegue il bene della nazione, il bene del popolo, non è un buon governo” ammoniva Platone, e “non deve ricevere obbedienza” perché “non è legittimo che il potere sia usato per il male della società”. In nostro aiuto viene San Tommaso D’Aquino, il quale, parlando della politica sociale, ricordava che “ essendo l’ uomo parte della società, tutto ciò che ciascuno possiede appartiene alla società: così come una parte in quanto tale appartiene al tutto. Infatti anche la natura sacrifica la parte per salvare il tutto. Ecco perché le leggi che ripartiscono oneri proporzionalmente sono giuste, obbligano in coscienza, e sono leggi legittime.” Vediamo una Italia politicamente stagnante su una dicotomia marcescente,  che non è più degna di alcuna credibilità, perché il valore di una azione politica si giudica sulle pagine della storia che essa, succube dell’ imperialismo turbo-capitalista di matrice liberale che con le la sue catene acuminate del consumismo e della massificazione tiene imprigionato lo spirito di una nazione che per secoli ha imperato gloriosamente sul globo terrestre. Possibile che gli italiani stiano dimenticando così tanto la propria identità?  Il nome Italia, comun denominatore di decine di popoli che col sangue e il sudore hanno edificato l’ impero più grande della storia, oggi è motivo di denigrazione, di dispregio, e, abominio, di personale vergogna. Da una lato i flussi migratori di proporzioni preoccupanti, dove vediamo giovani menti fuggire all’ estero con la pretesa ideale di una vita più soddisfacente, il sorgere di gruppi e movimenti di ricerca e formazione nazionalsocialista, sono sintomi della mancanza di un legame viscerale ed identitario con la propria terra e cultura, da una parte evaso, dall’ altra energicamente ricercato.  Dimenticando le proprie origini, che, lo ribadiamo, sono romane, sono cristiane, sono europee, non si riesce più a fare politica, e si arriva a perdere se stessi. Ogni tipo di crisi, sia economica, politica, culturale, è, prima di tutto, una crisi spirituale. L’ uomo che perde di vista la sua essenziale apertura alla trascendenza smarrisce inesorabilmente lo scopo del suo esistere. Stiamo facendo apostasia della nostra identità: personale, comunitaria, nazionale.  Personale, perché la singola persona non ha più coscienza del senso del proprio esistere, della bellezza della vita, della ricchezza del proprio cuore e del proprio esser-ci , della unicità della propria storia. Il soggettivismo antimetafisico riduce l’ uomo all’ individuo: ma nessuno si salva da solo. Identità comunitaria, perché fare comunità è relegato ad un attivismo scevro di ogni motore valoriale e teleologico, riducendo lo stare insieme ad una concatenazione di fenomeni economici e sociali relegabili ad un calcolo statistico o revisionistico, scindendo pericolosamente la teoresi dalla prassi, gli uomini autentici dal loro vivere insieme. E infine nazionale, perché una persona che non sa chi è, cosa vuole e perché, non riesce a fare comunità, e senza comunità sociale non c’ è nazione. “Se manca l’ identità di chi siamo e di ciò che, insieme, dobbiamo essere, percorrendo il cammino della vita sociale, chiunque sarà in grado di distruggerci, che si tratti di una forza fisica o di una ideologia, di un califfato fondamentalista o di un liberalismo imperialista alieno, di una massa incontrollata di immigrati o dell’ annichilimento nella tecnoliquidità del mondo postmoderno” scrive un autore contemporaneo.  È proprio vero. Bisogna ripartire dalle radici dell’ uomo, da un umanesimo integrale, e poi risalire, gli uni con gli altri, nella reciproca necessità di essere in relazione, per divenire nazione che , come dice l’etimologia stessa del termine, è “nascita” di una forza nuova capace di trasformare il mondo.
 
Lorenzo Maria Pacini