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La Costituzione più bella (e bugiarda) del mondo

In Italia sopravvivono pochissimi culti pubblici, a parte i residui della morente tradizione cattolica nazionale. Due, tuttavia, sono continuamente alimentati dalla retorica istituzionale e dalla grancassa mediatica di sinistra: il 25 aprile e la Costituzione, definita apoditticamente “la più bella del mondo”. Miti fondanti della Repubblica entrambi, furono costruiti ad arte per nobilitare il periodo più buio della storia patria, quello della sconfitta militare nella seconda guerra mondiale, della tragedia dell’8 settembre 1943, della guerra civile con l’Italia spaccata in due e lacerata senza rimedio, del referendum del 1946 tra monarchia e repubblica in cui milioni di italiani non poterono votare, a cominciare da militari, altoatesini, friulani, giuliani e dalmati, e che si concluse tra brogli storicamente ormai accertati e mancata proclamazione ufficiale della vittoria repubblicana da parte della Corte d’Appello. Poi ci furono le stragi a guerra finita in almeno quattro regioni italiane ad opera delle bande dei partigiani comunisti, la fuga delle popolazioni italiane dalla Venezia Giulia. Lasciamo da parte le valutazioni sulla cosiddetta resistenza, sulla sconfitta spacciata per vittoria e sulla "liberazione". Concentriamoci invece sulla costituzione, alla luce degli avvenimenti italiani ed internazionali degli ultimi 25 anni, ed in particolare sul clamoroso tradimento di diverse parti del suo impianto. Chi scrive non intende qui esprimere un giudizio complessivo sulla nostra carta costituzionale, ma non può evitare di osservarne l’inadempimento, quando non addirittura la clamorosa sconfessione nei fatti, in particolare nell’ambito dei principi fondamentali, espressi negli articoli dall’1 al 12, e dei rapporti economici di cui al titolo III ( articoli da 35 a 47). Quanto all’art. 81, che ha introdotto  il vincolo di pareggio di bilancio per conformarsi all’ideologia liberista professata dall’Unione Europea, soprattutto in considerazione della crisi dei debiti sovrani, conseguenza degli eventi finanziari del 2007-2008, non c’è bisogno di essere esperti di diritto costituzionale per non vederne l’incompatibilità con l’orientamento generale solidarista della Costituzione, ma ce l’ha chiesto, ossia imposto l’Europa, ed allora valgono le parole di Virgilio a Dante “vuolsi così dove si puote /ciò che si vuole , e più non dimandare”. Ecco i due paragrafi novellati: “Lo Stato assicura l'equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all'indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali.” Ci vorrebbe un terremoto devastante per derogare, Dio ci scampi, siamo  quindi caduti dalla padella delle spese a pioggia alla brace del divieto di investire a debito, espropriando lo Stato di una delle sue funzioni essenziali. Il denaro dei cittadini prelevato con le tasse deve entrare, tutto e subito, nelle fauci delle banche. La cosa più desolante, al riguardo, è stata l’acquiescenza del parlamento tutto, che ha votato la modifica velocemente, a scatola chiusa e quasi all’unanimità (tre contrari in tutto!). I primi dodici articoli della costituzione italiana vengono considerati come del tutto intangibili, più venerabili delle XII tavole romane, più perfette del cerchio di Giotto dai sacerdoti di questa italica divinità secolare. Come sempre, niente di più falso: anche a non voler ascoltare Thomas Jefferson, padre della costituzione americana, che affermava il diritto per ogni generazione di dotarsi di strumenti normativi a propria immagine, la nostra Carta, come ogni altra, è  figlia della circostanza, come avrebbe detto Ortega. Nata al termine di una guerra perduta, scritta in un periodo storico, il 1946/47, caratterizzato da processi politici, violenze di piazza e contrapposizioni politiche durissime, la costituzione è il risultato di un compromesso faticoso tra i socialcomunisti, che avevano conquistato il 40 per cento dei voti alle elezioni per l’assemblea costituente ed i cattolici della DC, con la destra liberale e monarchica da un lato, repubblicani ed azionisti dall’altro. Non sfuggirono al compromesso i principi fondamentali, con buona pace di commentatori come il Fabietti, che si spinge ad affermarne “una sorta di immortalità”. Logorroica e retorica, la nostra costituzione afferma solennemente in un paragrafo ciò che limita o circoscrive nel successivo. Francesco Cossiga la definì la peggiore, tecnicamente, tra quelle del dopoguerra, e lo stesso Piero Calamandrei, giurista di grande valore, ne ammise il carattere in qualche modo, provvisorio, di transizione, in vista di equilibri politici più favorevoli al collettivismo. Quanto a Piero Operti, altro insigne giurista di orientamento conservatore, ne deprecava la lunghezza eccessiva ed il tono declamatorio. Pure, prendiamoli in parola, i chierici della bellezza della nostra legge fondamentale, scendiamo sul loro terreno, e proclamiamo con forza che questa Costituzione, al di là di incoerenze, oltre le nostre serie riserve politiche, finché c’è, deve essere osservata. Non si può vivere in uno Stato (la carta lo chiama Paese con la maiuscola) che non segue, né applica le prescrizioni della sua norma più importante. Cominciamo dall’art. 1 che proclama l’Italia “repubblica democratica fondata sul lavoro”. Principio tanto esaltato quanto vago, etereo, indeterminato, da sembrare una frase da Baci Perugina. Quanto al secondo comma, che afferma la sovranità popolare, sia pure entro la cornice costituzionale, credo che nessun italiano minimamente informato possa negare la distanza incolmabile tra il principio e la realtà. Concentriamoci sul secondo comma dell’articolo 3, che è oggi clamorosamente negato dalla perdita di sovranità economica e legislativa a favore dell’Unione Europea e dei poteri finanziari. Si afferma solennemente che compito della repubblica è rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che “impediscono il pieno sviluppo della personalità umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Chissà perché la partecipazione, sempre democratica, ça va sans dire, vale per i “lavoratori”, che nella grammatica d’antan  significava operai, tutt’al più salariati dipendenti. Tutti gli altri ???? Che meravigliosa costituzione ! Ma scendiamo sul loro terreno, e pretendiamo la rimozione di questi ostacoli: per essere lavoratori occorre lavorare, dunque evitare la condizione di precarietà imposta dal verbo liberale, e contemporaneamente, per chi è in proprio, non essere perseguitati da mille gabelle, miriadi di adempimenti, permessi ed altre amenità burocratiche, care esclusivamente al ceto parassitario ed alla classe politica che lo rappresenta. Quanto al pieno sviluppo della personalità umana, la costituzione riconosce il ruolo della famiglia, che chiama società naturale fondata sul matrimonio (art. 29). Follie omosessualiste a parte, formarsi una famiglia richiede un clima generale ad essa favorevole e, naturalmente, anche politiche concrete che la sostengano, imposte peraltro dall’art. 31 della carta. Il grande Totò avrebbe detto, roteando gli occhi, “ma mi faccia il piacere, perdinci e pure perbacco!”. Una fiera delle parole che può far felice solo la plebe di un pianeta lontano: invece, si vantano della costituzione e dei quasi settant’anni di vita, diffidando chiunque a modificarla, tranne l’Unione Europea e la signorina Boschi Granduchessa dell’Etruria (banca). Dai costituenti  ai destituenti. Nessuno pensa invece a modificare, per decenza o senso della realtà, l’art. 11, altro caposaldo del pensiero sinistrese. Per vitam aeternam, dobbiamo tenerci il “ripudio della guerra” del primo capoverso, che è un assurdo logico, giacché porgere l’altra guancia è precetto evangelico, ma non prudenza di uno Stato, e confligge clamorosamente con il “sacro dovere della difesa della Patria” di cui al successivo articolo 52. Intanto, continuiamo partecipare ad interventi militari nei cinque continenti, mascherati dal pio pretesto di diffondere la democrazia rappresentativa anglosassone, siamo membri della NATO ad un quarto di secolo dalla fine del nemico sovietico contro cui era sorta l’alleanza, difendiamo così bene la patria, che accettiamo la presenza di oltre cento basi straniere ed utilizziamo la Marina da guerra (che ripudiamo, sia chiaro!) per agevolare l’invasione del territorio nazionale da parte di immigrati che nessuno ha invitato, tranne il vescovo di Roma e le cooperative di sfruttamento. Il vero sconcerto, tuttavia, prende qualsiasi lettore analizzando la seconda parte dell’articolo 11, che recita maestosamente che l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. Consolante, peccato che il testo sia stato pensato, come chiarisce la stessa proposizione finale, per fornire una giustificazione giuridica alla partecipazione italiana all’ONU. Premesso che per i sovranisti una norma siffatta è comunque un vulnus al principio generale di autorità statale “superiorem non recognoscens”, fin dalla sentenza Granital della Corte Costituzionale nel 1984 la normativa della Comunità Europea, ora Unione Europea, è stata riconosciuta come gerarchicamente superiore al diritto interno, tanto è vero che un regolamento UE, pur emanato da organismo non elettivo come la Commissione di Bruxelles (democrazia, democrazia dell’articolo 1….) è immediatamente legge dello Stato, e qualsiasi norma legalmente introdotta dal Parlamento è nulla se ritenuta non compatibile con l’impianto (acquis) del diritto comunitario. C’è di più, e lo hanno denunciato in molti, invano naturalmente: la cessione della sovranità monetaria, conferita per Trattato internazionale ad una banca privata ed autonoma come la BCE, che non è, evidentemente, uno Stato, e non ha scopi di pace e giustizia, è del tutto anticostituzionale. Per gli stessi motivi, lo è, probabilmente, il Patto di Stabilità europoide, che noi chiamiamo, chissà perché, Fiscal Compact, che cede la sovranità economica e finanziaria. Se passerà il Trattato di Partenariato Transatlantico, saremo ancora più fuori dal quadro costituzionale, poiché saranno carta straccia le norme di legge che le multinazionali non gradiranno in quanto meno favorevoli ai loro affari di quelle americane, e perché l’Italia, come gli altri contraenti, accetterà di essere sottoposta ad un tribunale internazionale privato, con poteri esecutivi e che giudicherà esclusivamente sulle norme del Trattato. Dunque, non possiamo chiedere niente di meno che il ripristino della legalità (altra magica parola buona per tutte le stagioni) rappresentata dal testo costituzionale italiano. Oppure, l’onesta ammissione che la Carta è un paravento, o un perizoma che nasconde malamente le vergogne nazionali, per cui va abolita per manifesto anacronismo o per estraneità alla realtà effettuale. Qualche anno fa si parlava di contraddizioni tra costituzione formale e materiale, adesso siamo  all’inconciliabilità di fronte al diritto comunitario ed all’aggressivo potere di fatto del mondo finanziario ed economico che si fa legge . Il titolo III della costituzione, dall’articolo 35 al 47, dedicato ai rapporti economici, è il cuore delle contraddizioni, incongruenze, aporie e, ripetiamolo, delle illegalità che ci dominano. Non uno degli articoli è applicato, non uno corrisponde alla realtà, non solo fattuale, ma giuridica del testo. Delle due l’una, dunque: o i costituenti hanno fatto un pessimo lavoro, o il ceto politico ed il popolo italiano che lo ha espresso hanno coscientemente lavorato contro quella Carta che esaltano a parole, con i cui principi indottrinano i fanciulli ed ingombrano la mente di tutti noi.
                                                                         
Roberto Pecchioli