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Fiat fuori dall'editoria, fine di un'era.

La notizia è di quelle che sfuggono all’osservatore medio, da tempo disabituato a riflettere, prigioniero dell’effimero e della cronaca spicciola diffusa dai grandi canali informativi, ma è invece di quelle che pesano, e peseranno , negli equilibri del potere, industriale, economico e politico dell’Italia. Dall’anno prossimo la maggioranza delle azioni del quotidiano La Stampa passeranno al gruppo di De Benedetti, la Cir. Sorvoliamo, in questa sede, sulle difficoltà giudiziarie, e, a quel che si legge, finanziarie di Carlo De Benedetti, che sembra aver passato il testimone al figlio Rodolfo. Accenniamo appena al prudente, imbarazzato silenzio, significativo davvero, della politica e dell’informazione sull’operazione, che se fosse stata anche soltanto ipotizzata dal gruppo Mediaset avrebbe sollevato enormi attacchi, conditi da pensose considerazioni sulla concentrazione editoriale , sulla fine del pluralismo culturale e politico, con il consueto corollario di manifesti firmati da torme di intellettuali engagées. Concentriamoci invece su chi vende, perché è la Fiat. Il primo Giovanni Agnelli fu tra gli azionisti della Stampa, allora detta popolarmente La Busiarda per i suoi resoconti sulla prima guerra mondiale, fin dal 1920. Dopo il breve regno di Giovanni Frassati, cattolico in odore di santità ed antifascista della prima ora, Agnelli conquistò la Fiat con l’appoggio di Mussolini nel 1926. Fu il tempo della famose frase “Ciò che va bene all’Italia, va bene anche alla Fiat”, un motto che, cambiato il mondo dopo la guerra, si sarebbe letto al contrario, giacché soltanto quel che andava bene alla Fiat doveva andare bene alla Nazione.  Fu il lungo periodo del dominio del gruppo torinese , delle grandi migrazioni dal Sud per sostenere l’immenso sviluppo del settore auto sotto Vittorio Valletta  il mitico dirigente che fece della marca torinese un gigante, con le straordinarie intuizioni delle automobili per tutti, la 500 e  la 600.  La Stampa, che nel frattempo aveva distrutto il suo storico concorrente cittadino, La Gazzetta del Popolo, di obbedienza democristiana, accompagnò il potere dei suoi padroni da posizioni laico liberali e massoniche, aprendo le sue pagine culturali al cosiddetto partito torinese, quello degli anti italiani , anti religiosi ultra progressisti , Norberto Bobbio, Alessandro Galante, Garrone e gli altri professoroni superstiti dell' avventura del Partito d’Azione, che ancora occupano vi posizioni rilevanti con gli ultimi tristi allievi, anch’essi ormai in avanzata senescenza. Il fatto che il gruppo Fiat perda il giornale di famiglia, house organ del potere forte italiano per eccellenza, è dunque fatto di grande rilievo, che non può essere liquidato sbrigativamente come un normale evento della dinamica imprenditoriale, e neppure  come semplice fine di un’epoca. Innanzitutto, perché i novant’anni di controllo della Stampa corrispondono alla storia industriale, politica e civile della nazione, perché Fiat è stata al centro di migrazioni interne di portata enorme, che hanno cambiato il volto e la demografia non solo di Torino , ed il giornale è stato sempre accanitamente governativo, attraversando quindi regimi ed idee diverse, sino a posizionarsi saldamente, dalla fine degli anni 60, al fianco del progressismo borghese di matrice laica, o forse laicista. Atlantisti per consuetudine, filo anglosassoni e filo ebraici, gli Agnelli sono stati anche i fiduciari italiani della Commissione Trilaterale fondata dai Rockefeller. Il loro giornale ha preso posizione a favore del divorzio, poi dell’aborto e la linea , nei confronti della Chiesa, è, da molti decenni, di formale rispetto , ma di dura contrapposizione.  Giornalisti della Stampa come Carlo Casalegno furono vittime del terrorismo in quella pesante stagione tra gli anni settanta ed ottanta, ma il giornale si attardò  per molto tempo sulla linea , cara al Ministero dell’Interno dell’epoca, del terrorismo che era solo di estrema destra, salvo allinearsi al fischio dei padroni del vapore, di cui era magna pars l’editore.  Ma questo è il passato del foglio torinese. Il presente è quello di un calo pesantissimo  nella diffusione,  i dati ufficiali di novembre 2015 parlano di circa duecentomila copie , compresa l’edizione digitale. La crisi è di tutto il comparto quotidiani, ma La Stampa ha ceduto oltre la metà delle copie dai suoi periodi migliori. Il vero fatto è che Marchionne, che sembra il regista della cessione delle quote di maggioranza della società editrice, ha ormai posizionato Fiat, anzi FCA, in un orizzonte in cui l’Italia non è più centrale, e quindi anche la necessità di avere un grande organo di stampa a disposizione non è prioritario. Questa è una buona notizia per il contribuente italiano, che ha pagato somme enormi alla Fiat, in termini di infrastrutture, ammortizzatori sociali, politiche industriali e finanziarie, ma non è un bene per l’Italia.  Questo nuovo indizio di disimpegno del gruppo dal paese dove è nato e si è sviluppato, è comunque un altro tassello di quel grande disegno ( sì, disegno, ne siamo convinti !) di decadenza, deindustrializzazione e graduale sottosviluppo che caratterizza l’Italia degli ultimi 20/25 anni. Tutti ricordiamo Mediobanca ed il grande vecchio Cuccia, al cui fischio accorrevano anche i vertici Fiat e che ha fornito i capitali, o almeno il respiro finanziario internazionale di Fiat. Quel tempo è finito, ed il nuovo che avanza ormai da una generazione è molto, molto peggio, in termini di capacità, innovazione, crescita dell’Italia. Da un punto di vista strettamente editoriale, invece, il nuovo gruppo potrà esercitare un’influenza ancora maggiore sull’informazione, dunque sulla formazione dell’opinione pubblica: un nuovo, ulteriore balzo verso il laicismo , il progressismo radical borghese, l’immigrazionismo, la distruzione dei valori profondi del nostro popolo, unita all’indifferenza, anzi all’avversione, nei confronti dei lavoratori dipendenti, gli artigiani, i precari, quelli che una volta si chiamava la povera gente. Nei prossimi mesi vedremo quale esito avrà l’altra battaglia campale del settore, che riguarda il controllo del Corriere della Sera, da anni in mano a quello che si soleva chiamare “il salotto buono” dell’imprenditoria e della finanza. Fiat ha quote importanti, e fa parte da sempre del patto di sindacato che detta la linea, specie quella politico editoriale. De Benedetti ed il suo gruppo possiedono già, oltre alla corazzata Repubblica, sedici quotidiani locali, alcuni dei quali di grande rilievo, come il livornese Tirreno, il triestino Piccolo  e la Nuova Sardegna di Sassari. Eppure, statene certi, nessuno parlerà di concentrazione o di attacco alla libertà di stampa: del resto, da tanti anni la schiacciante maggioranza dei giornali italiani ha il cuore a sinistra , ma il portafogli saldamente a destra.  Gli Agnelli segnarono la via, dopo il fatidico 1968; capiremo tra poco che cosa faranno gli ultimi rampolli, che non sembrano delle aquile, della loro residua partecipazione nella Stampa con la nuova compagine sociale e, naturalmente, del Corriere della Sera. Certo, l’Italia , da ieri, è cambiata di un altro po’. Altrettanto certamente, non avanzerà la libertà di stampa, e, soprattutto, la possibilità per le tante voci che si oppongono al finanzcapitalismo ( il termine è di Luciano Gallino, uno del “partito torinese”, per decenni firma prestigiosa della Stampa) di far ascoltare la propria voce. Come per la vecchia casa discografica, La Voce del Padrone è sempre saldamente nelle stesse mani: tutt’al più, suoneranno la stessa musica con strumenti diversi, o, molto semplicemente, cambierà il direttore dell’orchestra, ma gli sarà consegnata la stessa bacchetta.  
 
ROBERTO PECCHIOLI