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Ricordo dell'esodo istriano. La mula di Parenzo

“Non riusciremo mai a considerare aventi diritto all’asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori” Questo scriveva l’Unità del 30 novembre 1946 sulla tragedia dell’esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati dalle loro terre , a firma di Piero Montagnani, medaglia d’argento della resistenza e futuro parlamentare del PCI per quindici anni, un figuro a cui sono intitolate strade nella Repubblica Italiana.

Il 10 febbraio del 1947 , con la firma del trattato di pace, la nuova Italia perdeva gran parte del territorio istriano, il Quarnero fiumano e Zara. Veniva istituito il Territorio Libero di Trieste, con la zona A sotto amministrazione alleata e la zona B ( litorale di Capodistria, e poi Buie, Umago e Cittanova) affidata “temporaneamente “ alla Jugoslavia. L’esodo si ingigantì e svuotò l’antica città di Pola, fiera della sua arena romana , Fiume e, più lentamente , ma almeno fino al 1955, paesi e cittadine della zona B, allorché fu chiaro che la Jugoslavia non avrebbe mollato la presa.

Intanto, mentre almeno quindicimila connazionali venivano gettati nelle cavità carsiche, le foibe, centinaia di migliaia di italiani fieri e ormai poverissimi venivano spesso insultati ed offesi dalla canaglia comunista. Episodi rivoltanti accaddero a Bologna ed alla Spezia, e l’Italia ufficiale concedeva pensioni di guerra ai loro stessi assassini .

Questo, in poche righe, è il riassunto del destino di un popolo, colpevole di vivere in terre di confine e di essere, anzi addirittura, di aver scelto , per volontà degli antenati, di essere italiani.

Scriveva ancora, con la penna intinta nell’odio e nella menzogna, quel molto onorevole Montagnani, che gli esuli, definiti “gerarchi e briganti neri sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune “ Per quella politica bastavano loro, specialisti dell’agguato alle spalle e delle stragi a guerra finita. Vi risparmio la tirata sul “giusto castigo della giustizia popolare jugoslava”.

Quello fu il clima che accolse uomini e donne di tutte le età, vecchi e bambini, fuggiti con pochi abiti e qualche sacca di povere masserizie. Contemporaneamente, i pochi che rimasero sperimentarono la cancellazione della loro identità, della lingua, videro distrutti perfino i cimiteri ed i registri parrocchiali che custodivano la memoria.

Numerosi italiani d’Istria di sentimenti comunisti sperimentarono il carcere durissimo della famigerata Isola Calva. Per le vittime delle foibe , oblio, rimozione, fastidio, negazione.

Dimenticata anche l’origine di un padre della lingua italiana, Nicolò Tommaseo, dalmata di Sebenico, città che con Spalato e Traù, la meravigliosa perla veneziana fatta di canali e di edifici in scintillante pietra locale, aveva già sperimentato un esodo di connazionali dopo la prima guerra mondiale, quando nacque la Jugoslavia dal Trattato di Versailles e da quello, successivo, di Rapallo. Dimenticato un grande musicista come Giuseppe Tartini, di Pirano, oggi slovena, poco amati scrittori come Quarantotti Gambini, capodistriano e poi Fulvio Tomizza, di Materada.

Da qualche anno, la giornata della memoria tenta di mantenere viva una testimonianza che è soprattutto cattiva coscienza, quella di un popolo, il nostro, che ha evitato accuratamente di rispettare, non dico onorare, chi ha dovuto lasciare tutto dinanzi all’avanzare di quegli slavi comunisti che ben conoscevano, e le cui attitudini, nel rapporto con gli altri popoli, si sono poi manifestate sotto gli occhi di tutti nelle terribili guerre che hanno insanguinato lo smembramento della Jugoslavia. Stragi, distruzioni, atrocità, esodi di intere popolazioni. Forse, solo allora, l’italiano medio ha compreso, anzi riconosciuto per la prima volta le sofferenze di quegli italiani dai cognomi impronunciabili, ma così “nostri”, così fratelli, per chi sa distinguere la voce del sangue e della cultura comune.

Nella mia città di mare e di porto, gli istriani, soprattutto polesani e fiumani, sono arrivati a migliaia, e , tutto sommato, non hanno subito le vessazioni e le umiliazioni inflitte loro altrove. Sono cresciuto tra i loro figli, ragazzi tutti dagli occhi azzurri , ho ascoltato le loro storie, quelli più grandi di me erano nati in campi profughi, e sentivo, senza capire, che avevano sofferto, e che c’era in loro una mancanza, qualcosa di spezzato e di non detto, per pudore.

Ho capito dopo che dai loro genitori, o dai fratelli maggiori, avevano appreso ed ereditato il dolore dell’esilio, della fuga, dello sradicamento. Girava per casa mia un giornale dei loro, L’Arena di Pola, e lessi bambino una poesia che mi faceva commuovere ogni volta , era ripresa in tutti le edizioni di quel giornale con il disegno dell’arena accanto alla testata. Era l’Addio a Pola di un certo Fontana, credo, che narrava di una nave, il Toscana, adibita per settimane o mesi al trasporto a Venezia od Ancona , in infiniti tristi viaggi i trentamila che fuggivano dalla città e le altre migliaia dell’entroterra , e qualcuno metteva in una fiaschetta un po’ d’acqua del mare e , in un sacchetto, la sabbia della spiaggia.

Ho imparato fin dalle elementari a cantare La mula de Parenzo, la canzone popolare in istro veneto che, lo compresi più tardi, per loro era una specie di inno, anche se parla soltanto di una ragazza non tanto seria e di monti di polenta .

Adulto, ho trascorso una settimana a Zara, gioiello veneziano , patria della famiglia Missoni , dove a tutti i leoni di San Marco scolpiti su chiese e palazzi sono state tagliate le ali, e, sulla spiaggia, ho incontrato una colta e gentilissima professoressa di italiano di Zagabria, che cercava di convincermi del carattere slavo dell’Istria. Dopo molti scambi di battute, non ne ho potuto più , e mi sono a messo a cantare, stonato come sono, La mula de Parenzo.

Alla fine, ho gridato alla docente croata, se avesse mai ascoltato La mula de Porec, che è il nome slavo della splendida cittadina istriana . Non ebbi, ovviamente, risposta.

E’ questo il mio piccolo contributo sentimentale, di italiano che ama quel che resta della Patria, nei giorni del ricordo del dramma dei profughi ( loro, sì’, profughi) da quelle terre bellissime .

E chi può, aiuti concretamente, con libri, dischi e qualsiasi cosa significhi cultura italiana, le piccole, ma risorte combattive comunità italiane che sono attive in tutte le città ed i paesi dell’Istria ed a Fiume, e cercano di mantenere l’identità linguistica e culturale di una minoranza che non deve sparire. Cercatele su Internet, sarà un soffio d’aria pura.

Ne voglio ricordare una, quella di Grisignano, settecento anime, unico paese istriano rimasto a maggioranza italiana.

Forse , La mula de Parenzo ha davvero messo su bottega ……

ROBERTO PECCHIOLI