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C.R.I.: il volto nascosto dell'ente umanitario

Quel che accade all’interno della Croce Rossa Italiana non finisce di stupire! Mentre i primi atti concreti conseguenti alla privatizzazione sancita dai nostri governi nominati cominciano a gettare il seme della discordia fra i comitati locali, provinciali e regionali, mentre ciascuno si interroga riguardo le responsabilità e l’organizzazione locali, mentre i più saggi tra i neosoci già osservano quanto rischioso possa diventare, con riguardo all’ottenimento del miglior prezzo sui territori, diversificare eccessivamente i fornitori, sapendo che le spese di questa poco lungimirante privatizzazione, ironicamente definita "riorganizzazione dell’Ente" nella relazione della Corte dei Conti sul risultato del controllo eseguito sulla gestione finanziaria per l’esercizio 2012, saranno fatte dai cittadini, mentre tentano di farci credere che tutto quanto suddetto persegua "obiettivi di razionalizzazione nelle pubbliche amministrazioni", mentre la tragedia di migliaia di lavoratori si sta silenziosamente consumando, nel disinteresse dell’opinione pubblica ignara dei dettagli di questa carneficina, che sarà pagata direttamente ed indirettamente dalla comunità tutta, mentre tutto ciò accade in un Paese, l’Italia, che avrei considerato civile, si legge testualmente nella succitata relazione della Corte dei Conti che "esistono numerosi giudizi (inteso come "processi") con esiti negativi per la Croce Rossa Italiana con conseguenti notifiche di sentenze esecutive di primo o secondo grado, mentre analoghe azioni giudiziali si riscontrano presso i giudici del lavoro sul territorio nazionale notificati alla sede legale dell’Ente".

Come se un fatto del genere fosse connaturato, congenito nello svolgimento delle attività dell’Ente ed imprescindibile per il raggiungimento degli obiettivi dello stesso! E se questo fosse vero significherebbe che l’Ente umanitario per eccellenza non disdegnerebbe di abusare della disponibilità dei propri dipendenti per applicare tagli del costo del lavoro, con delibera unilaterale, a sfregio dei contratti dei lavoratori e dei diritti degli stessi, immolando tutto ciò sull’altare di…. cosa? Ma….udite udite! E’ tutto vero!!! Ed ora capiremo, almeno in parte, come:

Le assunzioni precarie, civili e militari, sono ovviamente subordinate al rispetto di una precisa legislazione che indica tempi e rinnovi, il rispetto dei quali è condizione indispensabile, nel mercato del lavoro italiano, per sancire la precarietà stessa del rapporto di lavoro dipendente. La dirigenza della Croce Rossa Italiana, però, evidentemente è convinta di essere al di sopra della legislazione, tanto da reiterare rinnovi di contratti ben aldilà dei limiti legali ed arrivare a collaborazioni finanche quindicennali con persone, NON NUMERI, che meriterebbero di veder rispettato il loro diritto ad un contratto a tempo indeterminato, giacché, superato il limite legale dei rinnovi dei contratti precari, decade proprio il titolo di precarietà degli stessi. Infatti i lavoratori in queste condizioni, che si sono rivolti al tribunale, hanno avuto vittoria e le cause ancora in corso daranno ragione alla parte più debole: il lavoratore, appunto!

Il 6 marzo dello scorso anno la direttrice generale della C.R.I. inviò a tutti i dipendenti una missiva, che definire paradossale è un eufemismo, dove cita fatti certi. La dirigente, nel dichiarare la "gioia con cui coglie l’occasione per inviare ai colleghi una lettera che da tempo voleva scrivere" ed, usando toni amicali inconsueti, dapprima cita gli "straordinari risultati di una gestione virtuosa riconosciuta anche dalla Corte dei Conti" e successivamente menziona, con un rammarico che ha il sapore del sarcastico, la necessità di continuare in un’attenta applicazione delle norme e fa riferimento ad "atti obbligatori molto dolorosi" riguardo il recupero di somme ai dipendenti militari che "seppur in buona fede hanno inevitabilmente avuto ripercussioni sui loro equilibri personali" e, soprattutto, afferma che "la gestione trasparente della C.R.I. provvederà al riconoscimento progressivo degli arretrati militari inseriti nel bilancio 2013" (arretrati evidentemente maturati a discapito del regolare pagamento di emolumenti dovuti in passato!), aggiungendo che "spera" che già dal mese successivo possano iniziare gli accrediti, da esaurirsi in rate fino alla fine dello scorso anno. Definisce "questi atti (con riferimento alle somme recuperate ed al procrastinarsi della liquidazione degli arretrati dovuti) necessari ed ineludibili, ma dolorosi" e definisce "pazzesco ed abnorme" il contenzioso tra dipendenti ed amministrazione, suggerendo che lo spirito giusto sia, invece, quello di "lavorare in modo costruttivo per un futuro della C.R.I. sempre migliore", come se si auspicasse che i dipendenti rinunciassero a quanto loro spettante!

Viene da chiedersi a quale futuro faccia riferimento questa impavida dirigente, giacché la privatizzazione della C.R.I. ne sancisce, piuttosto, la fine, affidando a privati "la più grande organizzazione volontaristica al mondo", come testualmente definita dall’autrice nella sua missiva citata.

Viene da chiedersi con quale sfrontatezza la nostra autrice, manager pubblica che vanta compensi a 5 zeri all’anno ed a cui, peraltro, alcun sacrificio è stato richiesto, possa accomunare alle migliaia di modesti lavoratori che oggi concretamente rischiano anche il proprio posto di lavoro, definendoli "colleghi", il proprio percorso ed il proprio destino.

Viene da chiedersi che fine abbiano fatto i cosiddetti "arretrati", che avrebbero dovuto essere erogati dalla C.R.I. entro dicembre dello scorso anno, visto che i creditori dipendenti militari non ne hanno visto neanche l’ombra.

Viene da chiedersi come il rammarico e le" lacrime" (si direbbe di coccodrillo) della dirigente abbiano potuto contribuire ad alleggerire il peso delle difficoltà degli "incolpevoli ed in totale buona fede" dipendenti militari, che hanno dovuto restituire le cifre elargite loro nel passato da non meglio identificati, ma sicuramente distratti, amministratori autori di fantomatici errori.

Viene da chiedersi con quale coraggio si parli di "applicazione attenta delle norme" riguardo il recupero degli importi ai militari, trascurando scientemente di liquidare gli arretrati agli aventi diritto!

Viene da chiedersi come gli organi interni di controllo della C.R.I. e la Corte dei Conti possano certificare come virtuosa una gestione del genere! Che pesa, come un macigno, con i propri tagli sulla pelle dei lavoratori, unici protagonisti di sacrifici illegittimi.

Viene da chiedersi con quale coscienza si possa asserire che (cito testualmente dalla missiva succitata) "in questo complesso scenario è necessario anche un momento di autoanalisi che permetta di focalizzare gli aspetti negativi e di concentrarsi su quelli positivi"! In questo scenario, probabilmente, all’analisi (intesa come psicoterapia) dovranno ricorrere molti dei dipendenti vessati e, oltre al danno la beffa, a loro spese! Certo la dirigente firmataria della burla carnevalesca che abbiamo esaminato non avrà mai bisogno di ricorrere all’analisi, vista la capacità di outing, senza freni inibitori, dimostrata nella sua lettera.

E’ difficile credere, e raccontare, che nel settore pubblico, laddove maggiormente ci si aspetterebbe correttezza, rispetto delle regole e, soprattutto, rispetto delle persone, sia diventato strutturale che i lavoratori, per ottenere quanto loro spettante per contratto, si rivolgano al tribunale col beneplacito degli organi di controllo.

E’ difficile credere che i dirigenti pubblici, piuttosto che adoperarsi per liquidare le spettanze ai dipendenti, scrivano lettere che suonano di scherno mostrando rammarico, ma non prima di essersi assicurati i propri compensi.

E’ difficile credere che lo Stato, rappresentativo della nostra Nazione, non sia il "buon padre di famiglia", che dovrebbe essere, per il suo Popolo.

E’ difficile continuare ad avere fiducia in questo sistema, capace di prendere dai più deboli, ma determinato a garantire privilegi alle sue caste.

Simona Bossi